Mario Agostinelli: Negazionismo climatico, una merce inesauribile, antiscientifica e fuorviante

Autore :Mario Agostinelli che ringraziamo

Fonte: Inchiestaonline 

 

Pubblichiamo con il consenso dell’autore e preceduto da una sua premessa questo articolo di Mario Agostinelli apparso sul blog de il fatto quotidiano del 16 luglio.

Mentre siamo sollecitati a arrovellarci sulla composizione dei governi dei potenti del mondo, da cui siamo esclusi, nessun atto di democrazia che punti alla pace, al contrasto del cambiamento climatico,  alla giustizia sociale, rischiara un orizzonte che si rabbuia di giorno in giorno. L’inerzia nella reazione ad una situazione di emergenza dissimulata dipende, a mio avviso, anche da quanto sottovalutiamo il ruolo di continuo e martellante negazionismo, che alla fine può trovarci impreparati, dato che è organizzato con grande coinvolgimento di poteri economici, istituzioni, think tank sovvenzionati e, addirittura partiti e istituzioni complici.

In questo post pubblicato dal fattoquotidiano ( v. https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/16/il-contrasto-ai-fossili-e-sempre-stato-blando-ecco-uno-studio-sulle-attivita-di-ostruzione-climatica/7624262/)

riprendo un importante studio europeo  che riassumo e commento nella parte che riguarda il caso del clima in Italia. Gli accademici, che ne hanno compilato una ricostruzione anche per periodi storici, sono docenti e ricercatori dell’Università milanese della Bicocca che lavorano in un contesto internazionale.

Queste note giustificano e preludono all’ultimo articolo che invierò prima delle vacanze per rendere noto e visibile l’ostruzionismo alle rinnovabili che è in corso anche nel caso di Civitavecchia e a cui, come per tutto l’eolico offshore italiano, ha dedicato due severe pagine l’inserto Affari e Finanza di Lunedì 15  della Repubblica.

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Negazionismo climatico: una merce inesauribile, antiscientifica e fuorviante.

 Sono ormai più di 30 anni, dagli anni 90 allo scoppio della pandemia e fino ai giorni nostri, che un insistito tentativo di rallentare o bloccare deliberatamente l’azione per il clima, porta la vita sul nostro Pianeta a virare bruscamente verso limiti invalicabili di conservazione e riproduzione della vita,  che si manifestano di anno in anno in modalità imprevedibilmente peggiori. Un coacervo di interessi, una irresponsabilità delle classi dirigenti, un ruolo complice di gran parte dei media e l’invasione dell’economia di guerra accelerano il degrado della biosfera e provano a depotenziare sul nascere la reazione delle nuove generazioni e delle popolazioni maggiormente esposte.

Prendo spunto da una recentissima pubblicazione della Oxford University Press (v. https://caad.info/wp-content/uploads/2024/05/2024-climate-obstruction-across-europe-brief.pdf ) che traccia una documentazione dello sviluppo e della natura delle attività di ostruzione climatica estesa a tutta Europa. In essa – per lo specifico del caso italiano – hanno redatto osservazioni di grande interesse Marco Grasso, Stella Levantesi e Serena Beqja. Qui riprendo alcune loro analisi, integrate da mie brevi considerazioni a supporto delle loro allarmate denunce.

Secondo l’European Severe Weather Database (https://eswd.eu/  ), il Paese ha subito 3.191 eventi meteorologici estremi nel 2022, rispetto ai 2.072 dell’anno precedente e ai 380 del 2010. Intanto, in un crescendo disastroso per il 2023 e il primo semestre  del 2024, la già tiepida transizione verso “net zero al 2050”, è stata ulteriormente diluita dalla coalizione di destra alla guida del Paese, che, nel PNIEC in approvazione, ha ridotto dal 30 al 40%  il proprio contributo agli obbiettivi di Parigi.

Una ricostruzione delle azioni di blando contrasto alle emissioni viene esaminata dai tre ricercatori in diverse fasi. La sottovalutazione va ricercata fin dalla fine del secolo scorso nel ruolo di ENI, partecipata dal Governo e dalla Banca Depositi e Prestiti, che, nella limitata consapevolezza del cambiamento climatico da parte dei cittadini, ha insistentemente negato il contributo umano al riscaldamento terrestre. Il compito di cancellare la questione dal dibattito pubblico è stato affidato ai media mainstream, mentre la narrativa berlusconiana relegava il clima ai margini di qualsiasi necessità di azione.

Dal primo decennio del nuovo millennio fino agli anni che precedettero la pandemia, nonostante il risveglio delle nuove generazioni e la forza e l’insistenza del messaggio di Greta e di Francesco, anche i governi successivi, come quelli di Renzi e poi di Draghi, liberavano incentivi per la combustione di biomasse e inceneritori, togliendo sostegni alle rinnovabili e favorendo ulteriori attività estrattive di fossili sul territorio e nei mari nazionali.

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Il faut éviter que la lutte contre la crise climatique ne creuse davantage les inégalités

Per leggere l’articolo tradotto in italiano clicca QUI

Hélène Madénian, Institut national de la recherche scientifique (INRS); Christina E. Hoicka, University of Victoria; Geneviève Cloutier, Université Laval; Laura Tozer, University of Toronto; Sophie L. Van Neste, Institut national de la recherche scientifique (INRS) et Stéphane Guimont Marceau, Institut national de la recherche scientifique (INRS)

Alors que les impacts des changements climatiques dans les communautés s’accentuent, des chercheurs s’inquiètent de l’accroissement des inégalités.

Le plus récent rapport du Groupe d’experts intergouvernemental sur l’évolution du climat (GIEC) insiste en effet sur l’importance d’un aspect trop souvent négligé par l’action climatique locale, soit celle de prendre en compte les inégalités.

Les études montrent que les personnes, communautés et groupes les plus affectés par les changements climatiques sont généralement celles et ceux qui ont le moins contribué à l’actuelle crise climatique. Des personnes et communautés marginalisées – par exemple en situation de pauvreté, racisées ou en situation de handicap –, se retrouvent à devoir composer avec une crise multifactorielle complexe qui amplifie leur détresse et leur précarité.

Cela dit, ces groupes et communautés développent des initiatives afin d’accroître la justice climatique à l’échelle locale et réorienter les priorités d’action publique. Ils privilégient par exemple une action climatique concertée autour d’enjeux tels que l’équité, l’autodétermination, la résilience, la réduction de la pauvreté et le vivre-ensemble.

Des recherches témoignent du fait que des politiques d’action climatique locale qui ignorent les diverses formes d’inégalités tendent à accentuer les préjudices vécus par les communautés marginalisées et dans certains cas à retarder les gains en matière climatique.

Il s’agit d’un aspect qui est au centre de nos recherches. Nous sommes impliquées tant à la Chaire de recherche du Canada en action climatique urbaine, qu’à celle en planification urbaine pour les changements climatiques ou sur la transition écologique. Nous avons aussi publié différentes études et articles sur cette question que nous jugeons cruciale.

Il est capital que toute démarche d’action climatique prenne en compte les enjeux d’équité et de justice afin d’éviter que la lutte contre la crise climatique ne se transforme en une crise sociale accrue au sein des communautés marginalisées.

Villes, climat et inégalités

Le Répertoire de recherches Villes, climat et inégalités que nous avons élaboré a pour objectif de rassembler les connaissances et recherches qui étudient les liens entre inégalités, action climatique et transition socioécologique dans les villes et milieux locaux afin de favoriser une action concertée et éclairée des différents acteurs du milieu.

Ce répertoire a été initié par la Chaire de recherche du Canada en action climatique urbaine et le réseau Villes Régions Monde. Des collaborateurs du milieu académique au Québec, en Ontario et en Colombie-Britannique, et du consortium sur la climatologie régionale et l’adaptation aux changements climatiques Ouranos ont contribué à sa constitution.

Les différents domaines de l’action climatique sont souvent traités en silos. De nombreux savoirs et connaissances existent toutefois qui sont produits dans et hors du monde universitaire, et qui permettent de mettre en lumière les angles morts et avancées d’une transition socioécologique plus équitable et plus juste.

Plus d’une quarantaine de synthèses issues de recherches universitaires, collaboratives, participatives ou provenant d’associations (notamment sur l’itinérance, l’inclusion et l’équité territoriale) en Colombie-Britannique, en Ontario et au Québec sont disponibles en ligne.

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Sicurezza sul lavoro, cambiamento climatico e rischio calore

Autore : Maurizio Mazzetti

Fonte: ilmanifestoinrete.it  che ringraziamo 

 

 

Nonostante i negazionisti, (nonché i “riduzionisti” o gli “altrocausalisti” del suo impatto, perché negarlo è impossibile) il cambiamento climatico con la sua continua crescita delle temperature prosegue; mi limito a citare il progetto europeo Copernicus il quale ci dice che giugno 2024 è il 13° mese consecutivo più caldo di sempre a livello globale.  Agli effetti globali (ondate di calore, rischio per la produzione agricola, scarsità di risorse idriche, intensità e frequenza inondazioni, innalzamento del livello dei mari, perdita di biodiversità, diffusione di organismi, compresi virus, in ambienti diversi da quelli originari ecc.) si aggiungono ovviamente effetti diretti sulle attività lavorative. Quelle svolte all’aperto, per le quali al calore si aggiunge l’effetto delle radiazioni solari; ma non solo, perché anche nelle attività produttive che si svolgono al chiuso mantenere temperature (e umidità) adeguate – il cosiddetto microclima – non è facile, anche dal punto di vista meramente tecnico. Ma dobbiamo essere consapevoli che sui luoghi di lavoro occorre attrezzarsi in maniera non episodica perché il rischio calore è ingravescente e tale sembra destinato a restare per un pezzo. Non ho trovato statistiche apposite per il lavoro, ma il fisico premio Nobel Giorgio Parisi, qualche giorno fa, in una intervista stimava un totale di 20.000 morti l’anno in più per il maggior calore.

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La Regione Lazio vieta il lavoro nelle giornate di massimo calore in alcuni settori.

 

Fonte SNOP.IT che ringraziamo

Si tratta forse del primo provvedimento di questa natura volto a tutelare la salute dei lavoratori nelle situazioni di esposizione a caldo eccessivo in lavori nel settore agricolo e nei cantieri edili. È da segnalare, qui, che la Regione con un proprio provvedimento interviene nell’ambito della salute pubblica (cui la salute sul lavoro appartiene in toto), offrendo un margine entro cui vanno comunque adottate le misure di prevenzione specifiche della tutela a livello aziendale.

La Regione ha deciso di vietare le attività lavorative all’aperto dalle ore 12.30 alle 16, con efficacia immediata fino al 31 agosto 2024, nei giorni in cui il rischio di esposizione al sole con attività fisica intensa sia considerato “alto”. L’ordinanza vieta ogni attività lavorativa nei settori agricolo, florovivaistico e nei cantieri edili, nelle giornate “in cui la mappa del rischio indicata sul sito https://www.worklimate.it/scelta-mappa/sole-attivita-fisica-alta/

riferita a: “lavoratori esposti al sole” con “attività fisica intensa” ore 12:00, segnali un livello di rischio “ALTO.

Il Governatore sostiene che si tratta di “una delle tante iniziative, oltre all’aumento dei tecnici SPRESAL nelle Asl territoriali, per garantire e migliorare la qualità e la sicurezza nei luoghi di lavoro in tutto il territorio regionale”.

Nel momento in cui a livello nazionale viene approvata la riforma della cosiddetta “autonomia differenziata”, non si può non rilevare – accanto alla soddisfazione per un’azione di sicuro impatto di valenza locale – la preoccupazione per l’ennesima occasione persa al fine che gli interventi di prevenzione siano garantiti in maniera diffusa e omogenea sul territorio nazionale:  solo in Lazio, per ora, le Istituzioni ritengono inaccettabile l’esposizione lavorativa, comunque, in condizioni climatiche caratterizzate da calore estremo?

 

Ordinanza_Regione_Lazio_divieto.pdf

Il pericoloso gioco della destra contro gli interventi in favore del clima che sarebbero dannosi per l’economia e con l’obiettivo corrodere i diritti sociali

Il pericoloso gioco della destra contro gli interventi in favore del clima che sarebbero dannosi per l’economia e con l’obiettivo corrodere i diritti sociali

di Silvano Toppi

Fonte Areaonline.ch che ringraziamo

 

 

Ci siamo sentiti dire spesso, negli ultimi tempi, in occasione di discussioni parlamentari o di votazioni popolari, che senza crescita economica continua e certa non ci può essere sostenibilità del nostro sistema di protezione sociale.

Quando il rallentamento della crescita e del suo motore a lunga scadenza, la produttività, sono già fatti osservabili, ci si deve allora anche interrogare sull’impatto che la cosiddetta “trasformazione verde” (per dirla in altre parole: tutto quanto si adotta o verrà adottato per far fronte agli ormai innegabili problemi ed effetti dei cambiamenti climatici) avrà sulla crescita economica. E infatti c’è già chi, a livello partitico, sul lato della destra, dopo la dannata immigrazione causa di ogni male, si è trovata un’altra bandiera di facile propaganda: l’“ecologia punitiva” o il “terrorismo ecologico” che starebbero tagliando le gambe della crescita economica e quindi del benessere di tutti. O, con un subdolo interrogativo che vuol colpire e colpevolizzare la sinistra: il nostro modello di protezione sociale sopravviverà alla pretesa vostra transizione ecologica? Transizione che implica nuovi modi di produrre e consumare, moderazione degli usi e dei consumi energetici, riorientamento del progresso tecnico e anche degli investimenti.

Il riadeguamento del nostro modello di protezione sociale a un regime di post-crescita o perlomeno di crescita diversa sembra quindi ineluttabile. Ed è infatti qui che sorgono problemi e interrogativi dati appunto dal rapporto intrinseco e stretto tra crescita economica e sicurezza sociale, bilanci pubblici (federale, cantonali, comunali) indebitamento e rigore finanziario. E dunque tentazione e azione sempre crescenti nello smorzare o corrodere i diritti sociali per imporre una traiettoria definita di “responsabilità individuale e collettiva”, ovviamente finanziaria.

Mai o quasi mai si pensa, innanzitutto, anche se ne è il punto più costitutivo, che la protezione sociale (dall’essere semplicemente e dignitosamente “persone” che vivono in una società, alla salute, al lavoro) è indissociabile dal modello economico che l’ha creata. La sicurezza sociale è, nella sua forma attuale, un prodotto della società, creata da un modello generatore dei suoi rischi (ad esempio: la disoccupazione, gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, la salute collettivamente efficiente), che è determinante per la vitalità e la sopravvivenza stesse sia dell’economia sia della società democratica. Demolitela e crollerà tutto, anche la “vostra” economia.

Mai o quasi mai ci si sofferma sul fatto che la crisi ecologica è sì una crisi “strutturale”, su cui si riesce ormai a rendersi conto e a non negare (basta tener conto dei disastri territoriali cui stiamo assistendo, che ne sono conseguenza), ma si dimentica che è soprattutto crisi sanitaria, segnata da forti ineguaglianze sociali e ambientali, generatrice di costi finanziari enormi. Le conseguenze politiche che si deducono da questa constatazione non sono neutrali e i responsabili politici non possono sottrarvisi. Potremmo aggiungere che rovesciare il tutto e farne un pretesto, in nome della crescita economica o della “salute finanziaria”, per accalappiare voti, non è solo da irresponsabili politici; è tra i peggiori delitti che si possano compiere.

 

 

Connessioni 10. Green Deal , emergenza climatica e i risultati delle elezioni europee

 

Connessioni 10

13 giugno 2024

Fatti, eventi, report di ricerca e dati per capire meglio cosa succede nel campo della prevenzione e della salute negli ambienti di vita… e di lavoro.  

 

In questo numero della rubrica Connessioni proponiamo articoli e documenti che prendono in esame le strategie d’intervento per affrontare il cambio climatico con particolare riferimento ai risultati delle elezioni europee che cambieranno alcuni equilibri all’interno del PE e della futura Commissione. La comunità scientifica condivide da tempo , in relazione ai dati di ricerca, la preoccupazione per scenari molto critici derivanti dagli effetti del cambiamento climatica. Rispetto a queste preoccupazioni la Commissione Europea uscente nel 2019 ha varato il progetto Green Deal che contiene una serie di misure anche drastiche per ridurre le emissioni di CO2 atmosfera, per convertire la produzione di energia con fonti fossili, petrolio, carbone, metano con fonti rinnovabili.

Rispetto al Progetto Green Deal si  sono opposti da sempre  i negazionisti del problema “riscaldamento climatico”, per loro il problema non esiste. Dai settori economici e produttivi interessati furono avanzate critiche in particolare sulle scadenze prefissate per raggiungere gli obiettivi, ad esempio il fine vita del motore endotermico nel settore automotive fissata per il 2035. E’ palese che la “transizione ecologica” è un processo complesso che apre nuovi problemi nella sostituzione delle tecnologie e introduce turbolenze enormi nelle relazioni sociali. In particolare vi è un nodo politico essenziale che risponde al quesito “ chi paga i costi sociali di questo processo ? “.

I costi sociali dei lavori che scompaiono o si trasformano lasciando sul terreno migliaia di lavoratori senza una transizione ad un altro lavoro. Purtroppo il Progetto Green Deal non offre risposte alle domande su chi pagherà gli impatti di queste strategie. Molte preoccupazioni e paure ben presenti nella società sono state usate dalle forze politiche sovraniste e di destra per scagliare un attacco frontale contro le forze politiche al governo nel PE e nella Commissione raccogliendo consensi che sposteranno gli equilibri come abbiamo già detto.

Cosa farà il nuovo PE e la nuova Commissione uscite dalle elezioni di tre giorni fa del Green Deal e delle misure strategiche in esso contenute?

Segnaliamo alcuni articoli dai quali abbiamo tratto indicazioni e riflessioni importanti.

La CO₂ ci sta uccidendo lentamente? Va bene, i gradualisti non hanno fretta” di

Aurélien Boutaud , Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (CNRS)

In questo articolo viene rappresentato da Aurelien Boutaud un vasto repertorio di studi economici di orientamento neo classico o neo liberista che sono orientati al gradualismo.

Le politiche ambientali ispirate al gradualismo dal 1990 in poi sono state catastrofiche, riportiamo dall’articolo : “ ….Dopo quasi trent’anni di politiche climatiche influenzate gradualmente, i risultati di questa strategia sono catastrofici. Gli impegni internazionali assunti nel 1997 nel quadro del Protocollo di Kyoto si basavano sull’anno 1990. Da quella data, le emissioni annuali di CO 2 , che rappresentano la stragrande maggioranza delle emissioni di gas serra di origine umana, sono aumentate di 14 miliardi di tonnellate, un aumento del 62% . Ciò equivale a un aumento medio delle emissioni di quasi 0,5 miliardi di tonnellate di CO 2 ogni anno. In termini di volume annuo, questa crescita è addirittura superiore a quella registrata negli ultimi trent’anni (0,43 miliardi di tonnellate all’anno). Ciò significa che non solo le emissioni non sono diminuite, ma hanno continuato a crescere, e in volumi ancora maggiori….”

Le alleanze delle varie destre che hanno sempre osteggiato i dati dei Report degli scienziati e negato l’emergenza climatica metteranno mano al Green Deal svuotandone le azioni più importanti per ridurre le emissioni .

Quali saranno le forze politiche e sociali che avranno il coraggio di mettere in discussione gli orientamenti gradualistici in materia? Riportiamo ancora dall’articolo di Boutaud : “… Negli anni ’90 gli economisti svilupparono equazioni che tendevano a sostenere le loro stesse certezze. William Nordhaus ha così sviluppato un modello teorico che pretende di dimostrare che costerà meno alle generazioni future adattarsi ai cambiamenti climatici che alle generazioni attuali combatterli. Intitolato “DICE” , questo modello raccomanda una riduzione modesta e graduale delle emissioni, che porterebbe ad un riscaldamento “ottimale” di… 4°C! Ricercatori un po’ dispettosi hanno anche dimostrato che, prendendo di mira un riscaldamento di 12°C, il modello DICE prevedeva comunque un risultato economico positivo  ! Siamo quindi rassicurati: la vita sulla Terra può scomparire, poiché la crescita sarà salvata. E le provocazioni degli ambientalisti non avranno impedito che questa manifestazione all’insegna del gradualismo venisse acclamata dalla confraternita degli economisti: nel 2018, mentre l’IPCC pubblicava il suo rapporto più allarmante, la Banca di Svezia assegnava il “Premio Nobel per l’economia” a …William Nordhaus: il papa del gradualismo climatico…..”

Vedremo dalle prossime mosse della Commissione che verrà designata quali saranno gli orientamenti in materia di cambiamento climatico. In ogni caso , in ragione dei nuovi rapporti di forza le nuove generazioni di europei rischiano di vivere i prossimi decenni molto, ma molto caldi….

Sempre per restare in argomento segnaliamo anche questo articolo : “ Quasi la metà dei giornalisti che si occupano di crisi climatica è stata minacciata

dall’articolo : “

L’indagine globale condotta da Internews’ Earth Journalism Network (EJN) e dall’Università di Deakin, che ha coinvolto oltre 740 reporter e redattori di 102 paesi, ha rivelato che il 39% dei giornalisti minacciati “a volte” o “frequentemente” è stato preso di mira da persone coinvolte in attività illegali come disboscamento e estrazione mineraria. Circa il 30% è stato minacciato con azioni legali, riflettendo una tendenza crescente delle aziende e dei governi ad utilizzare il sistema giudiziario per limitare la libertà di espressione.

Per concludere questa puntata di Connessioni segnaliamo anche l’eccellente lavoro :

ADATTAMENTO AL CALORE SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E DIALOGO SOCIALE IN EUROPA”, una brochure che contiene indicazioni e metodologie per ridurre l’esposizione dei lavoratori agli effetti del cambio climatico.

Altri riferimenti utili

ETUI Il Green Deal europeo non lascia indietro nessuno? Esplorare l’intersezione tra genere, età, disabilità e status di migrante

Il troppo caldo uccide e lo farà sempre di più

Le CO₂ nous tue à petit feu ? Ça tombe bien, les gradualistes ne sont pas pressés

 

 

Per leggere la traduzione in italiano di questo articolo clicca QUI

Aurélien Boutaud, Centre national de la recherche scientifique (CNRS)

« Si l’on met en place trop vite des politiques environnementales ambitieuses, cela va créer un chaos social… Cela va aussi ruiner l’économie » Cette façon d’appréhender les défis environnementaux vous est peut-être familière. Elle a en fait un nom, il s’agit du gradualisme. Dans son dernier ouvrage Déclarer l’état d’urgence climatique (Éditions Rue de l’Échiquier), le docteur en sciences de la terre, Aurélien Boutaud ausculte cette idéologie venue du monde de l’économie, prend acte de sa popularité et dresse son bilan, avant d’appeler à changer de logiciel. Morceaux choisis.


Dans son dictionnaire du vocabulaire sur le climat, [l’économiste américain] Herb Simmens définit le gradualisme climatique comme « la pensée selon laquelle des actions progressives visant à enrayer le changement climatique sont adaptées, ou sont tout ce qu’il est possible de faire sur le plan politique et économique ». Il s’agit donc d’agir… mais, surtout, sans se presser. Comme l’ont montré Michael Hoexter ou Alyssa Battistoni, le gradualisme est inspiré des théories économiques néoclassiques, d’après lesquelles la dégradation du climat est la conséquence d’un défaut de fonctionnement du marché.

Comme chacun sait, ce dernier ne prend pas en compte les impacts négatifs des activités sur l’environnement, puisque le fait de polluer est généralement gratuit. La solution des économistes est donc simple : il suffit de pallier ce défaut en accordant un prix aux pollutions, par exemple en taxant les émissions de CO2 ou en allouant aux entreprises des droits à polluer qu’elles pourront s’échanger sur un marché de quotas carbone. Dans tous les cas, l’idée sous-jacente est que ce « signal prix » inciterait les acteurs économiques à réduire « progressivement » leurs émissions de gaz à effet de serre. La dimension graduelle de la démarche est explicite : il s’agit bel et bien de diluer les changements sur des décennies pour ne surtout pas brusquer le marché. Et encore moins les entreprises.

Dans les années 1990, les économistes ont élaboré des équations qui tendaient à conforter leurs propres certitudes. William Nordhaus a ainsi développé un modèle théorique qui prétend démontrer qu’il coûtera moins cher aux générations futures de s’adapter au changement climatique qu’aux générations présentes de lutter contre. Intitulé « DICE », ce modèle préconise une réduction modeste et progressive des émissions, qui mènerait à un « optimum » de réchauffement de… 4 °C ! Des chercheurs quelque peu malicieux ont d’ailleurs montré que, en visant un réchauffement de 12 °C, le modèle DICE prévoyait encore un bilan économique positif ! Nous voici donc rassurés : la vie sur Terre peut disparaître, puisque la croissance sera sauvée. Et les railleries des écologistes n’auront pas empêché cette démonstration à la gloire du gradualisme d’être saluée par la confrérie des économistes : en 2018, alors que le GIEC publiait son rapport le plus alarmant, la banque de Suède accordait le « prix Nobel d’économie » à… William Nordhaus : le pape du gradualisme climatique.


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Développement durable, transition : le gradualisme est partout…

Au milieu des années 1990, dans un contexte international dominé par le libéralisme économique et la mondialisation, les négociations sur le climat ont assez naturellement laissé la porte ouverte à cette approche gradualiste inspirée de l’économie de l’environnement. Ainsi, le groupe 3 du GIEC, chargé de travailler sur les réponses socio-économiques au changement climatique, a été rapidement noyauté par les gradualistes. Conséquence inévitable : les messages d’alerte du groupe 1, essentiellement constitué de climatologues, n’ont eu de cesse d’être relativisés par les préconisations rassurantes du groupe 3, largement composé d’économistes.

C’est dans cet état d’esprit gradualiste que, en 1997, lors de la signature du protocole de Kyoto, les pays émergents sont parvenus à s’extraire de tout engagement, limitant les objectifs de réduction des émissions aux pays les plus industrialisés. Sans surprise, ces derniers ne se sont alors engagés que sur une baisse très modeste d’environ 5 % de leurs émissions en l’espace de quinze ans. Sous la pression des États-Unis, ces objectifs chiffrés ont par ailleurs été conditionnés à la mise en place de procédures d’inspiration libérale, caractérisées par l’attribution de quotas nationaux offerts aux entreprises les plus polluantes, et pouvant faire l’objet d’échanges sur un marché du carbone. Comme le souligne Alyssa Battistoni, les économistes néoclassiques sont ainsi parvenus à imposer dans l’agenda politique l’idée d’un changement incrémental et progressif, tout en atténuant le message alarmant des scientifiques.

Bien entendu, le cadre d’action international n’est pas le seul à être déterminant : à l’échelle nationale ou locale, de nombreux leviers ont été utilisés afin de réduire les émissions au cours des années 2000 et 2010. Que ce soit au nom du développement durable ou de la transition écologique, les stratégies nationales et autres plans climat territoriaux mobilisent aujourd’hui encore une pluralité d’outils qui vont bien au-delà des mesures économiques décrites ci-dessus. Mais bon gré mal gré, comme le remarque Margaret Klein Salamon, la fondatrice de The Climate Mobilization (TCM), même le mouvement environnementaliste et les partis les plus progressistes « se sont laissés engluer dans le gradualisme ».

Avec parfois la meilleure volonté du monde, ils se sont convaincus qu’ils apportaient leur modeste pierre à un édifice dont, en réalité, les fondations continuaient à être sabordées par l’industrie fossile et ses alliés. Durant ces années 2000 et 2010, l’idée la plus largement partagée consistait à penser que le changement était trop important pour être opéré rapidement : il fallait prendre son temps, voir loin (à l’horizon 2050 et au-delà), infléchir progressivement les décisions, modifier pas à pas les comportements, ne surtout pas contraindre ou interdire, être toujours positif, incitatif, et même ludique…

… et son bilan est catastrophique

Après presque trente ans de politiques climatiques sous influence gradualiste, le bilan de cette stratégie est catastrophique. Les engagements internationaux pris en 1997 dans le cadre du protocole de Kyoto avaient pour référence l’année 1990. Depuis cette date, les émissions annuelles de CO2, qui représentent la grande majorité des émissions de gaz à effet de serre d’origine humaine, ont augmenté de 14 milliards de tonnes, soit une progression de 62 %. Cela équivaut à un accroissement moyen des émissions de près de 0,5 milliard de tonnes de CO2 chaque année. En volume annuel, cette croissance est même supérieure à celle connue durant les trente années précédentes (0,43 milliard de tonnes par an). Cela revient à dire que, non seulement les émissions n’ont pas baissé, mais elles ont continué de croître, et dans des volumes encore plus soutenus. Comme le montre le graphique ci-après, avec ou sans politique gradualiste, le résultat est à peu près le même !

Émissions mondiales de CO₂ entre 1750-2019.
Fourni par l’auteur

Face à ce constat effarant, les gradualistes s’accrochent à quelques maigres signaux positifs, supposés annoncer de plus grands changements. Ils aiment également rappeler que, tout compte fait, les politiques qu’ils préconisent n’ont été sérieusement appliquées que dans une poignée de pays parmi les plus riches. Mais le bilan de ces derniers est-il pour autant plus positif ? Les pionniers du protocole de Kyoto et les soi-disant leaders de la transition sont-ils au moins parvenus à baisser leurs émissions de gaz à effet de serre de manière significative ?

L’exemple de la France permet de répondre à cette question. En réduisant ses émissions territoriales, la France fait en effet partie des bons élèves. Mais cette baisse est beaucoup trop modeste : elle atteint à peine les 20 % en trente ans. À un tel rythme, la neutralité carbone n’adviendrait pas avant le XXIIème siècle ! Surtout, ces gains sont très largement factices, puisqu’ils s’expliquent en grande partie par la délocalisation de certaines industries parmi les plus polluantes.

https://www.ruedelechiquier.net/essais/487-declarer-letat-durgence-climatique-.html
Déclarer l’état d’urgence climatique, Éditions de l’Échiquier.
Fourni par l’auteur

En réintégrant les émissions incorporées dans les importations françaises, on constate que l’empreinte carbone de la France est restée désespérément stable et s’élève aujourd’hui à un niveau identique à celui de la fin des années 1990 : environ 650 millions de tonnes équivalent CO₂, soit près de dix tonnes par habitant et par an. En presque trente ans de politiques gradualistes, nous n’avons même pas commencé à réduire le contenu carbone de ce que nous consommons. Or pour atteindre la neutralité carbone, nous devrions à présent diviser en quelques années cette empreinte par un facteur 5 à 8. Comment comptons-nous le faire ? En conservant les mêmes recettes gradualistes ?The Conversation

Aurélien Boutaud, Chercheur associé à l’UMR 5600 EVS, Centre national de la recherche scientifique (CNRS)

Cet article est republié à partir de The Conversation sous licence Creative Commons. Lire l’article original.

Quasi la metà dei giornalisti che si occupano di crisi climatica è stata minacciata

Fonte Lavoro e Salute

Secondo una nuova ricerca, quasi 4 giornalisti su 10 che si occupano di crisi climatica e questioni ambientali nel mondo hanno subito minacce a causa del loro lavoro, con l’11% vittima di violenze fisiche

Secondo una nuova ricerca, quasi 4 giornalisti su 10 che si occupano di crisi climatica e questioni ambientali nel mondo hanno subito minacce a causa del loro lavoro, con l’11% vittima di violenze fisiche.

L’indagine

L’indagine globale condotta da Internews’ Earth Journalism Network (EJN) e dall’Università di Deakin, che ha coinvolto oltre 740 reporter e redattori di 102 paesi, ha rivelato che il 39% dei giornalisti minacciati “a volte” o “frequentemente” è stato preso di mira da persone coinvolte in attività illegali come disboscamento e estrazione mineraria. Circa il 30% è stato minacciato con azioni legali, riflettendo una tendenza crescente delle aziende e dei governi ad utilizzare il sistema giudiziario per limitare la libertà di espressione.

La copertura mediatica è ancora inadeguata

Il rapporto “Covering the Planet” include interviste con 74 giornalisti di 31 paesi su come migliorare la copertura di eventi meteorologici estremi, inquinamento da plastica, scarsità d’acqua e attività minerarie, mentre il riscaldamento globale e l’avidità aziendale mettono a rischio il pianeta. La maggior parte dei giornalisti ha riferito che le storie su clima e ambiente sono diventate più rilevanti rispetto a un decennio fa, ma la copertura della crisi climatica non è ancora proporzionata alla gravità del problema.

Le comunità più colpite

Come ricorda il quotidiano inglese The Guardian, che riporta la notizia, le temperature record, le tempeste, le inondazioni, la siccità e gli incendi stanno colpendo con crescente intensità in tutto il mondo, con le comunità a basso reddito, i popoli indigeni e le persone di colore, tra le più vulnerabili agli impatti climatici. Disastri a lento sviluppo come l’innalzamento del livello del mare, lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione degli oceani e la desertificazione stanno inoltre causando migrazioni forzate, fame e altre crisi sanitarie.

L’autocensura per paura

Nonostante l’ampiezza e la gravità dei problemi, il 39% dei giornalisti intervistati ha ammesso di aver praticato l’autocensura, principalmente per paura di ritorsioni da parte di “coloro che svolgono attività illegali” o del governo. Inoltre, il 62% ha riferito di includere dichiarazioni di fonti scettiche sul cambiamento climatico di origine antropica o sulla scienza climatica, nella convinzione errata che ciò fosse necessario per garantire un equilibrio.

La necessità di risorse maggiori per le redazioni

L’indagine ha anche evidenziato un bisogno di maggiori risorse per le redazioni che coprono le questioni ambientali e la crisi climatica: il 76% degli intervistati ha indicato che risorse insufficienti limitano la loro copertura, identificando maggiori finanziamenti per il giornalismo approfondito, la formazione in presenza e i workshop, e un accesso più ampio a dati rilevanti ed esperti del settore come tra le loro principali priorità. Molti giornalisti dipendono da finanziamenti di organizzazioni non profit spesso legati a temi specifici, ma preferirebbero avere la libertà di coprire i temi ambientali più rilevanti a livello locale. Non solo i giornalisti ambientali sono sotto minaccia: almeno 1.910 difensori della terra e dell’ambiente sono stati uccisi nel mondo dal 2012.

Lorenzo Misuraca

ADATTAMENTO AL CALORE SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO E DIALOGO SOCIALE IN EUROPA

 

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Per scaricare il file pdf della Brochure  clicca QUI 

 

 

Questa brochure è la sintesi del Rapporto di ricerca finanziato dalla Commissione Europea sugli impatti delle ondate di calore sui lavoratori. Il Rapporto di ricerca è il frutto del lavoro di alcuni Enti di ricerca sindacale, Istas, Fondazione Di Vittorio, Primo Maggio e alcune Università.
La frequenza e l’intensità del fenomeno delle temperature calde estreme, comunemente definite ondate di calore, stanno aumentando, raggiungendo globalmente livelli storici senza precedenti a causa dei cambiamenti climatici e delle emissioni di CO2 nell’atmosfera. Il 2023 è stato il secondo anno
più caldo mai registrato in Europa (+ 1,02°C-1,12°C sopra la media) e, di conseguenza, si è verificato un numero record di giorni con “stress da caldo estremo” oltre i 46°C UTCI (vedi Figura 1). I tre anni più caldi mai registrati in Europa si sono tutti verificati a partire dal 2020 [1]. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha previsto che, allo stato attuale, c’è un elevata probabilità di superamento dell’orizzonte di +1,5°C stabilito negli accordi internazionali prima della fine del decennio.

Il troppo caldo uccide e lo farà sempre di più

Autore Jacopo Mengarelli
Fonte : Scienzainrete  che ringraziamo 

Il riscaldamento globale impatta molto sulla salute, come emerso anche dall’ultimo rapporto Copernicus sul clima europeo. Ma quanto impatta sulla mortalità il caldo crescente? L’IPCC avverte che le temperature in aumento faranno crescere i morti per ondate di calore; in più, riportiamo i risultati di uno studio che analizza la mortalità per clima estremo in più di 800 città europee.

Ogni anno, almeno in Italia, il picco di decessi avviene in inverno. Però, a causa delle temperature crescenti, stanno aumentando anche i decessi per il troppo caldo durante i mesi estivi. Per esempio, nel più recente rapporto IPCC (nel capitolo dedicato agli impatti climatici e all’adattamento nelle città) si legge che

«nel 2020 più di 430 milioni di persone vulnerabili sono state esposte al caldo estremo durante la pandemia, di cui circa 75,5 milioni durante l’ondata di calore europea di luglio e agosto 2020, con un eccesso di mortalità di oltre 9000 persone dovuto all’esposizione al calore».

Nonostante siano previste ondate di gelo meno frequenti e meno intense, dice il rapporto, in inverno continueranno a esistere le influenze stagionali e altri fattori medici che di fatto renderanno improbabile che la mortalità diminuisca significativamente durante i periodi freddi. E in più, tra le altre cose, esistono prove evidenti di rischi per la salute in aumento negli anziani e nei centri urbani dove è e sarà più marcato l’effetto “isola di calore”, dovuto al troppo cemento e alla poca vegetazione. In poche parole, l’IPCC ci avverte che il riscaldamento globale in atto farà aumentare la mortalità generale della popolazione.

Decessi mensili in Italia da gennaio 2011 a luglio 2023 (fonte dati: Istat). Grafico dell’autore.

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Un senso precipite d’abisso di Marino Badiale

 

 

Pollution concept. Garbage pile in trash dump or landfill.

By Marino Badiale …che ringraziamo

Fonte: Badiale & Tringali – 30.03.2024

In questo intervento, Marino Badiale afferma che alla radice della crisi ambientale, messa in luce dalla recente letteratura ecomarxista, ci sia ciò che lui chiama “illimitatezza” e propone la seguente ipotesi: il rifiuto di ogni limite è stato assorbito e fatto proprio dall’umanità contemporanea. Questo aspetto è in contrasto con ogni forma di cultura umana precedente il capitalismo ed è legato alla natura del rapporto sociale capitalistico.


Il messaggero giunse trafelato/ disse che ormai correva/ solo per abitudine/ il rotolo
non aveva più sigilli/ anzi non c’era rotolo, messaggio,/ non più portare decrittare
leggere/ scomparse le parole/ l’unica notizia essendo/ visibile nell’aria/ scritta su
pietre pubbliche/ in acqua palese ad alghe e pesci./ Tutto apparve concorde con un
giro/ centripeto di vortice/ un senso precipite d’abisso.

B. Cattafi, La notizia

1. Introduzione: un mondo condannato

L’attuale civiltà planetaria si sta avviando all’autodistruzione, a un collasso generalizzato che porterà violenze e orrori. Una organizzazione economica e sociale che ha come essenza della propria logica di azione il superamento di ogni limite è ormai arrivata a scontrarsi con i limiti fisici ed ecologici del pianeta. Non potendo arrestarsi, essa devasterà l’intero assetto ecologico del pianeta prima di collassare. Il fatto che questo sia il percorso sul quale è avviata la società globalizzata contemporanea emerge con chiarezza da molte ricerche, interessanti in sé e anche perché svolte da studiosi di formazione scientifica (nel senso delle scienze “dure”) e lontani da impostazioni teoriche legate al marxismo o in generale all’anticapitalismo. Uno dei centri di ricerca di questo tipo è lo Stockholm Resilience Center dell’Università di Stoccolma. [1] Al suo interno viene sviluppata da anni la ricerca relativa ai “limiti planetari” che la società umana non deve superare per non rischiare la devastazione degli ecosistemi planetari e quindi, in ultima analisi, l’autodistruzione. Gli studiosi del Resilience Center hanno individuato nove di questi limiti (fra i quali, ad esempio, la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani). Nelle prime versioni di tali studi [2] questi limiti non erano tutti quantificati in termini di un parametro oggettivo, mentre recentemente questo obbiettivo è stato raggiunto. [3] La buona notizia è allora che oggi è possibile misurare tali parametri e avere un’indicazione oggettiva sul superamento dei limiti planetari individuati dagli studiosi. La cattiva notizia è che sei su nove di questi limiti sono stati superati, vale a dire che la società umana contemporanea si sta muovendo in una zona altamente pericolosa.

Ulteriori interessanti considerazioni si possono trovare in un recente libro di Vaclav Smil. [4] L’autore mostra con molta chiarezza come le basi concrete, materiali, della nostra attuale civiltà consistano in una massiccia produzione di alcuni materiali fondamentali: acciaio, cemento, ammoniaca (per i fertilizzanti), plastica. Senza questa produzione massiccia, che richiede enormi quantità di energia, non è pensabile poter fornire cibo, riparo, indumenti agli otto miliardi di esseri umani attualmente viventi (e in procinto di diventare nove o dieci); non è possibile, possiamo aggiungere, se intendiamo mantenere l’attuale organizzazione economica e sociale. Ma questa produzione massiccia e crescente è esattamente l’origine materiale di quel superamento dei limiti planetari del quale si è sopra parlato, e quindi dell’attuale crisi generalizzata degli ecosistemi terrestri. Ulrike Herrmann [5] e Andrea Fantini, [6] d’altra parte, mostrano come non ci si possa aspettare una miracolosa soluzione tecnologica che ci permetta di continuare il “business as usual”, magari con qualche piccola correzione, come l’uso dell’auto elettrica al posto di quella tradizionale. Ad esempio, nota Herrmann, le fonti di energia rinnovabile (eolico, solare) hanno problemi di intermittenza, ben noti, che al momento non sappiamo come superare, e che rendono impossibile pensare che l’attuale struttura economica e sociale possa basarsi sul loro uso esclusivo. Un’altro problema significativo sta nel fatto che l’energia solare arriva sulla Terra con una intensità molto bassa. Per farne la base dell’attuale struttura industriale ed economica “avremmo bisogno di trasformare completamente i nostri attuali sistemi di cattura e stoccaggio dell’energia, creando una massiccia infrastruttura (di pannelli solari, turbine eoliche, impianti bioenergetici, turbine mareomotrici e, soprattutto, tecnologie per immagazzinare quell’energia, come le batterie) basata su risorse materiali che, a differenza della luce solare, non sono rinnovabili. Un’economia basata sul solare può contare solo sui materiali esistenti e dunque, a lungo termine, la sua crescita sarà limitata”. [7]

Questi sono solo alcuni esempi dei problemi che sorgono se si vuole pensare una crescita economica indefinita nel rispetto dei vincoli posti dalla necessità di preservare gli ecosistemi terrestri. Ma questo vuol dire semplicemente che l’ecosistema planetario, che è l’ambiente nel quale la civiltà umana può esistere, non è in grado di reggere la crescita economica tipica del capitalismo, crescita che non può ammettere limiti. Di conseguenza, l’ecosistema planetario è sul punto di crollare, e le misure necessarie non possono essere ulteriormente dilazionate. Per fare l’esempio del cambiamento climatico (che è solo uno degli aspetti dell’incipiente crollo ecosistemico), alcuni obiettivi di riduzione delle emissioni dovrebbero essere raggiunti già entro il 2030, e al momento gli impegni assunti dai vari paesi non sono sufficienti. Come ricorda il rapporto UNEP 2022 dedicato a questi problemi (che si intitola significativamente “The closing window”) “si calcola che le politiche attualmente in essere, senza azioni ulteriori, porteranno ad un riscaldamento globale di 2,8 gradi nel ventunesimo secolo”. [8]

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Per affrontare le tragedie degli infortuni mortali plurimi sul lavoro occorre superare diversi luoghi comuni. Podcast di Diario Prevenzione – 15 maggio 2024 – puntata n° 119

 

a cura di Gino Rubini

– Le stragi di operai di Brandizzo, Firenze, Suviana e Casteldaccia : su cosa si può incidere per migliorare la sicurezza ? Riflessioni da una serie di articoli .
– Alcune riflessioni sulla strage di operai a Casteldaccia nel palermitano
– CALA LA MANNAIA DELLA CASSAZIONE SUL PROCESSO ETERNIT BIS
– Perché il cambiamento climatico sta rendendo le malattie parassitarie più difficili da prevedere

Buon ascolto !

 

Il 77% dei migliori climatologi ritiene che il riscaldamento globale sarà di 2,5°C

…. e sono inorriditi

 

 

 

Fonte Znetwwork che ringraziamo

“Mi aspetto un futuro semi-distopico con dolore e sofferenza sostanziali per le popolazioni del Sud del mondo”, ha detto un esperto.

Quasi l’80% degli scienziati climatici di alto livello prevede che le temperature globali aumenteranno di almeno 2,5°C entro il 2100, mentre solo il 6% pensava che il mondo sarebbe riuscito a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, secondo un sondaggio pubblicato mercoledì da  Lo ha rivelato il Guardian  .

Quasi tre quarti hanno attribuito l’insufficiente azione dei leader mondiali alla mancanza di volontà politica, mentre il 60% ha affermato che gli interessi aziendali, come quelli dei combustibili fossili, stanno interferendo con il progresso.

“Mi aspetto un futuro semi-distopico con notevole dolore e sofferenza per le popolazioni del Sud del mondo”, ha detto  al Guardian uno scienziato sudafricano . “La risposta del mondo fino ad oggi è riprovevole: viviamo in un’epoca di sciocchi”.

“Ciò che mi ha sconvolto è stato il livello di angoscia personale tra gli esperti che hanno dedicato la propria vita alla ricerca sul clima”.

L’indagine è stata condotta da  Damian Carrington del Guardian , che ha contattato tutti gli esperti che erano stati autori senior di un rapporto del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) dal 2018. Su 843 scienziati di cui erano disponibili le informazioni di contatto, 383 ha risposto.

Ha poi chiesto loro quanto pensavano che le temperature sarebbero aumentate entro il 2100: il 77% prevedeva almeno 2,5°C e quasi la metà prevedeva 3°C o più.

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Why climate change is making parasitic diseases harder to predict

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mycteria/Shutterstock

Mark Booth, Newcastle University

It’s a sunny day. Look out of your window. See anything unusual flying by? Look closely. There are midges, and they are not friendly.

Some of them are carrying a virus of sheep and other animals called bluetongue. You are not personally at risk of bluetongue, but farming systems are vulnerable.

Bluetongue is a problem in many countries and, as the climate changes, is expected to spread further, particularly in central Africa, the US and western Russia. The first cases in the UK were detected in 2023.

Bluetongue is one of many infectious diseases likely to be affected by climate change. As part of the World Health Organization’s task team on climate change, malaria and neglected tropical diseases, I recently contributed to a review of climate change, malaria and over 20 neglected tropical diseases.

We found that most mathematical models pointed to global changes in the transmission of some mosquito-borne diseases like malaria and dengue. For most other parasites, there was little or no evidence. We simply don’t know what to expect. A major issue is that climate change is creating great uncertainty in the forecasting and prediction of where and when infections might occur.

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Rapporto delle Nazioni Unite: gli estremi climatici hanno colpito l’America Latina e i Caraibi lo scorso anno

Alcuni scienziati della regione hanno affermato che molti degli effetti osservati oggi non erano previsti fino alla seconda metà del secolo.
Fonte: Inside Climate News

 

Shock climatici estremi, intensificati dal riscaldamento globale, hanno ucciso centinaia di persone e devastato mezzi di sussistenza ed ecosistemi in tutta  l’America Latina e i Caraibi  nel 2023, hanno affermato gli scienziati dell’Organizzazione meteorologica mondiale all’inizio di questa settimana quando hanno pubblicato il  rapporto annuale sullo stato del clima  per la regione. .

Siccità, caldo, incendi e precipitazioni estreme, nonché il più forte uragano mai avvenuto nel Pacifico orientale, hanno avuto impatti importanti sulla salute, sulla sicurezza alimentare ed energetica e sullo sviluppo economico, ha affermato il segretario generale dell’OMM Celeste Saulo.

L’uragano Otis, che ha danneggiato o distrutto gran parte di Acapulco, una città di quasi 1 milione di abitanti nell’ottobre 2023, è emblematico dei crescenti rischi climatici affrontati dalla regione, ha affermato. Sfidando la maggior parte delle previsioni a breve termine, Otis si è trasformato in circa 12 ore da una debole tempesta tropicale nel più forte uragano che abbia mai colpito la costa pacifica del Messico, dove ha ucciso più di 50 persone e causato danni per miliardi di dollari.

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Sfruttare la diversificazione dei mezzi di sussistenza per la costruzione della pace nei contesti colpiti dal clima e dai conflitti

 

Fonte SIPRI che ringraziamo 

I mezzi di sussistenza sono fondamentali per la relazione tra cambiamento climatico e conflitti. Nonostante sia riconosciuto che il deterioramento dei mezzi di sussistenza legato al cambiamento climatico è associato ai conflitti, gli interventi sui mezzi di sostentamento non sono importanti come strumento di costruzione della pace e la maggior parte della diversificazione dei mezzi di sussistenza viene effettuata in modo autonomo. Anche il sostegno ai mezzi di sussistenza delle donne viene trascurato come strumento di costruzione della pace, poiché l’attenzione è rivolta principalmente ad affrontare le conseguenze della violenza sessuale dopo il conflitto. Questo SIPRI Policy Brief offre spunti su come la costruzione e la diversificazione dei mezzi di sussistenza possono contribuire alla costruzione della pace in contesti colpiti dal clima e dai conflitti. Il documento politico raccomanda: ( a ) sostenere interventi di diversificazione dei mezzi di sussistenza realizzabili e sostenibili per affrontare efficacemente l’insicurezza dei mezzi di sussistenza e i rischi di conflitto associati, e ( b ) aumentare il sostegno ai mezzi di sussistenza delle donne per promuovere l’emancipazione delle donne come strumento di costruzione della pace.

Index Contenuti

introduzione

Il potenziale contributo della diversificazione dei mezzi di sussistenza alla costruzione della pace

I rischi di trascurare la diversificazione dei mezzi di sussistenza e lo sviluppo economico delle donne in contesti colpiti da conflitti

Raccomandazioni

Conclusioni

Scarica il file del Report 

 

GB. Il processo “kafkiano” agli attivisti per il clima

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di Catherine Early |   (c) Creative Commons 4.0
Fonte :  Theecologist.org che ringraziamo

The accusation that a retired social worker was guilty of contempt of court for holding a sign is ruled ‘fanciful’ by High Court judge.
The High Court has dismissed a case bought by government lawyers against a retired social worker holding a sign displaying the principle of jury equity, saying the case against her was “fanciful” and “not even arguably close” to meeting the criteria needed to proceed the case.

The case was bought by Robert Courts MP, the solicitor general, and could have resulted in Trudi Warner, a 69 year-old retired social worker, being imprisoned for holding a sign outside court ahead of a case involving Insulate Britain protestors.

Her sign displayed the long-established principle of jury equity, under which a jury has the right to acquit a defendant as a matter of conscience, whatever the directions of the judge.

Democratic

She took the action in response to an order by Judge Silas Reid for banning defendants in climate cases from explaining their actions, and specifically from mentioning climate change or fuel poverty in court. At least three people have since been imprisoned for breaking this ban.

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Climate Crisis to Cost Global Economy $38 Trillion a Year by 2050

 

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Fonte Znetwork  che ringraziamo 

“This clearly shows that protecting our climate is much cheaper than not doing so, and that is without even considering noneconomic impacts such as loss of life or biodiversity,” a new study’s lead author said.

 

The climate crisis will shrink the average global income 19% in the next 26 years compared to what it would have been without global heating caused primarily by the burning of fossil fuels, a study published in Nature Wednesday has found.

The researchers, from the Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK), said that economic shrinkage was largely locked in by mid-century by existing climate change, but that actions taken to reduce emissions now could determine whether income losses hold steady at around 20% or triple through the second half of the century.

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The Climate Crisis Calls for Wisdom—Not Artificial Intelligence

 

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Fonte : Znetwork 

 

We’re getting right to the nub now.

This week the World Meteorological Organization officially certified 2023 as the hottest year in human history. Just to put on the record here what should have been the lead story in every journal and website on our home planet:

Andrea Celeste Saulo, secretary general of the WMO, said the organisation was now “sounding the red alert to the world.”

The report found temperatures near the surface of the earth were 1.45°C higher last year than they were in the late 1800s, when people began to destroy nature at an industrial scale and burn large amounts of coal, oil, and gas.

Last year’s spike was so scary that NASA’s Gavin Schmidt—Jim Hansen’s heir as keeper of NASA’s climate record—wrote in Nature this week that it raised the most profound possible implications. Please read his words slowly and carefully:

It could imply that a warming planet is already fundamentally altering how the climate system operates, much sooner than scientists had anticipated. It could also mean that statistical inferences based on past events are less reliable than we thought, adding more uncertainty to seasonal predictions of droughts and rainfall patterns.

Much of the world’s climate is driven by intricate, long-distance links—known as teleconnections—fuelled by sea and atmospheric currents. If their behavior is in flux or markedly diverging from previous observations, we need to know about such changes in real time.

And now, with equal care, read the words of the biggest oil producer on earth, the CEO of Saudi Aramco, who was in Houston last week for the annual hydrocarbon festival known as CERAWeek.

We should abandon the fantasy of phasing out oil and gas and instead invest in them adequately reflecting realistic demand assumptions.

That is to say, the powers that be want to abandon what the World Meteorological Organization, in their “red alert” report called the “one glimmer of hope”: that renewable energy installations rose 50% last year.

Understand that the battle is fully joined. The fossil fuel industry—as Exxon CEO Darren Woods helpfully explained—is in an all-out fight to derail anything green, because it won’t return “above average profits.” They have plenty of allies: Everyone noted former President Donald Trump threatening a “bloodbath” last week, but fewer noted the actual target of his wrath: electric vehicles. The Biden administration, after listening to the rhetoric at the Houston conference, backed EVs in a straightforward and earnest way today, announcing new rules that attempt to spur the rapid growth of a crucial climate-fighting technology. But of course that produced the requisite reaction: as The New York Times reported:

The American Fuel & Petrochemical Manufacturers, a lobbying organization, has started what it says is a “seven figure” campaign of advertising, phone calls, and text messages against what it falsely calls “Biden’s E.P.A. car ban” in the swing states Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Nevada, and Arizona, as well as in Ohio, Montana, and the Washington D.C. market.

So, like it or not, the climate crisis is going to be a key part of this election campaign. The November outcome may hinge on whether Americans can imagine making even this small change in the face of the gravest crisis our species has ever wandered into: replacing the gas tank in a car with a battery. That doesn’t seem like much to ask?

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What the Anthropocene’s critics overlook – and why it really should be a new geological epoch

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Simon Turner, UCL; Colin Waters, University of Leicester; Jan Zalasiewicz, University of Leicester, and Martin J. Head, Brock University

Geologists on an international subcommission recently voted down a proposal to formally recognise that we have entered the Anthropocene, a new geological epoch representing the time when massive, unrelenting human impacts began to overwhelm the Earth’s regulatory systems.

A new epoch needs a start date. The geologists were therefore asked to vote on a proposal to mark the beginning of the Anthropocene using a sharp increase in plutonium traces found in sediment at the bottom of an unusually undisturbed lake in Canada, which aligned with many other markers of human impacts.

The entire process was controversial and the two us who are on the subcommission (chair Jan Zalasiewicz and vice-chair Martin Head) even refused to cast a vote as we did not want to legitimise it. In any case, the proposal ran into opposition from longstanding members.

Why this opposition? Many geologists, used to working with millions of years, find it hard to accept an epoch just seven decades long – that’s just one human lifetime. Yet the evidence suggests that the Anthropocene is very real.

Environmental scientist Erle Ellis was one critic who welcomed the decision, stating in The Conversation: “If there is one main reason why geologists rejected this proposal, it is because its recent date and shallow depth are too narrow to encompass the deeper evidence of human-caused planetary change.”

It’s an oft-repeated argument. But it completely misses the point. When Paul Crutzen first proposed the term Anthropocene in a moment of insight at a scientific meeting in 2000, it was not from realisation that humans have been altering the functioning and geological record of the Earth, or to capture all their impacts under one umbrella term. He and his colleagues were perfectly aware that humans had been doing that for millennia. That’s nothing new.

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George Monbiot: “Dietro ogni movimento fascista c’è un miliardario”

 

George Monbiot

 

Fonte Znetwork che ringraziamo 

George Monbiot è il più importante editorialista ambientalista del mondo anglofono. La sua rubrica fissa su The Guardian castiga i distruttori del pianeta. A Parigi per lanciare la traduzione del suo ultimo libro, Nourrir le monde ( I legami che liberano ), ha rilasciato a Reporterre una schietta intervista.

Sei ottimista?

SÌ. Uno dei motivi per cui le persone sono pessimiste è che pensano che sia necessario convincere tutti affinché il cambiamento avvenga. Molti esempi storici dimostrano che questo non è vero. Disponiamo di dati [1] che mostrano quante persone hanno bisogno di essere persuase affinché il cambiamento sociale avvenga: circa il 25% della popolazione. Se si considerano gli atteggiamenti nei confronti dell’aborto, del matrimonio gay, della liberazione delle donne, del fumo e delle cinture di sicurezza, è sufficiente raggiungere quella proporzione perché si verifichi il punto critico. Una volta impegnate abbastanza persone, il resto della popolazione inizia improvvisamente a seguirlo.

Allora perché così tante persone in Gran Bretagna, Francia, Polonia e Germania… si oppongono al movimento dei Verdi e votano per partiti molto conservatori? Sfortunatamente, l’estrema destra sta cercando di raggiungere il suo punto critico, e ovunque si è dimostrata estremamente efficace nel perseguire un cambiamento sistemico.

Il problema non è solo l’estrema destra, ma il fatto che ci sia un’alleanza tra i super-ricchi e l’estrema destra… È vero. Dietro ogni movimento fascista c’è un miliardario che lo sostiene con discrezione. Le minoranze di estrema destra diventano capri espiatori: la rabbia pubblica non è diretta dove dovrebbe essere, contro i più ricchi che stanno distruggendo i nostri mezzi di sopravvivenza.

Nella sua recente  enciclica sull’ecologia , Papa Francesco parla della necessità di cambiare lo ‘stile di vita irresponsabile del modello occidentale’. Perché i politici non osano dire lo stesso?

Nessun politico al di fuori dei Verdi sembra disposto a dirlo, anche se è una realtà con cui dobbiamo confrontarci. Viene presentato come spaventoso perché abbiamo normalizzato le forme estreme di consumo, anche se sappiamo che non ci rendono più felici. Questo deve cambiare o porterà alla più grande infelicità della storia umana. Ma questo è considerato impensabile, non perché la stragrande maggioranza della popolazione non possa pensarlo, ma perché in Gran Bretagna la maggior parte dei nostri giornali sono di proprietà di miliardari psicopatici che non vivono in Gran Bretagna. Eppure ci dicono come pensare e come vivere, e hanno più influenza sui partiti politici che sugli elettori. Sono loro che rendono impensabile dire alla gente di consumare meno.

Come si può rompere l’alleanza tra i plutocrati [2] –  come li ha recentemente definiti sul Guardian  – e l’estrema destra?

Il primo passo è smettere di preoccuparsi del proprio peso. Se i rivoluzionari avessero pensato: “Le forze di oppressione sono così enormi che non possiamo nemmeno pensare di rovesciarle”, non sarebbe successo nulla. Ciò che sappiamo è che possiamo raggiungere la massa critica molto rapidamente. Ciò che sembra impossibile in un momento diventa inevitabile il momento successivo. Dobbiamo smettere di preoccuparci di loro e concentrarci sulle nostre tattiche e strategie. Naturalmente, questo sarà estremamente difficile. Nel Regno Unito sono state approvate leggi incredibilmente oppressive che possono metterti in prigione per dieci anni solo per aver manifestato.

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Garantire il nostro futuro: riduzione dei gas serra del 90% al 2040 in Ue

Fonte Asvis  che ringraziamo 

Settimana 5-11 febbraio. La Commissione fissa gli obiettivi climatici al 2040. Il Parlamento europeo adotta risoluzioni su Omc, parità di genere, Lgbtiq, disinformazione e ingerenze della Russia nei processi democratici.

Consulta la rassegna dal 5 all’11 febbraio

Il 6 febbraio la Commissione ha adottato un importante Comunicazione quadro per gli obiettivi di decarbonizzazione al 2040 intitolata “Garantire il nostro futuro – L’obiettivo climatico europeo per il 2040 e il percorso verso la neutralità climatica entro il 2050. Costruire una società sostenibile, giusta e prospera”.

Nel quadro della legge europea per il clima che stabilisce il conseguimento della neutralità climatica entro il 2050, presentando la sua visione oltre gli obiettivi 2030 stabiliti dal pacchetto “pronti per il 55%” e integrati successivamente al rialzo con “RePowerEu”, la Commissione europea esprime fiducia nel fatto che come risultato dalla Cop 28 di Dubai anche il resto del mondo si sta rapidamente muovendo sula strada della decarbonizzazione, accogliendo anche nella dichiarazione finale il livello d’ambizione proposto dall’Ue.

Come evidenzia la Commissione gli obiettivi climatici europei perseguono finalità sociali economiche e geopolitiche molte ampie:

la visione dell’Europa alla fine del prossimo decennio è completa: dovrebbe rimanere una destinazione privilegiata per le opportunità di investimento che portano posti di lavoro stabili e di qualità a prova di futuro, con un forte ecosistema industriale. L’Europa dovrebbe essere leader nello sviluppo dei mercati delle tecnologie pulite del futuro, in cui tutti i principali Paesi e imprese cercano di sfruttare le opportunità di mercato. Diventare un continente con energia pulita, a basse emissioni di carbonio e a prezzi accessibili, nonché con alimenti e materiali sostenibili, lo renderà resiliente alle crisi future, come quelle attualmente causate da interruzioni nella fornitura di combustibili fossili. Rimanendo un leader globale e un partner fidato nell’azione per il clima, l’Europa rafforzerà contemporaneamente la sua autonomia strategica aperta e diversificherà le sue catene di valore globali sostenibili per essere padrona del suo destino in un mondo volatile.

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Urgentes e necessárias, políticas de adaptação climática enfrentam dilemas éticos no Brasil e no mundo

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Marcelo de Araujo, Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ) e Pedro Fior Mota de Andrade, Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ)

A solução para se conter o aquecimento global é a mesma para todos os países: reduzir as emissões de gases de efeito estufa (GEE), especialmente o dióxido de carbono (CO2). Esta é uma medida de mitigação. Mas ainda que todos os países resolvessem implementar imediatamente políticas de mitigação radicais, a crise climática não seria resolvida de um dia para o outro. Para se lidar com as mudanças climáticas são necessárias também políticas de adaptação.

Diferentemente das políticas para mitigação, as estratégias de adaptação devem ser específicas para cada cenário regional. Isto significa que diferentes países e regiões exigirão políticas de adaptação distintas. Por exemplo, no contexto brasileiro, a escassez de água na Região Nordeste pode contrastar diretamente com o excesso de chuvas na Serra Fluminense, resultando na necessidade de ações adaptativas específicas para cada realidade.

A discussão sobre políticas para adaptação constitui um dos tópicos mais controversos na agenda internacional para negociações climáticas. Os países mais pobres, que menos contribuíram para as emissões de GEE, reivindicam dos países mais ricos recursos financeiros e suporte tecnológico para se adaptar. Esse tema foi recentemente discutido na COP28, a Conferência das Nações Unidas sobre o clima, mas o valor oferecido pelos países mais ricos foi considerado “tímido” diante das necessidades dos países mais pobres.

Da interação entre políticas de adaptação e políticas de mitigação surgem dilemas éticos que ainda não foram devidamente discutidos no Brasil. Consideremos o cenário em que países mais ricos auxiliam os mais pobres na adaptação às mudanças climáticas. Contudo, suponhamos, por outro lado, a falta de cooperação internacional de longo prazo para promover políticas de mitigação. Nesse contexto, torna-se desafiador realizar estimativas confiáveis sobre o cenário ao qual cada região do planeta deverá se adaptar.

Cenários climáticos futuros

Se políticas de mitigação radicais fossem implementadas hoje, poderíamos ter a esperança de limitar o aquecimento global a 1,5°C acima da temperatura média do planeta na era pré-industrial, tal como previsto pelo Acordo de Paris. No entanto, sem cooperação internacional contínua para limitarmos a emissão de gases de efeito estufa, o aumento da temperatura pode chegar a 3,0°C, ou mesmo ultrapassar 4°C ao final do século XXI. Essa variação de temperatura pode não parecer importante, mas como o Painel Intergovernamental sobre Mudança do Clima (IPCC) enfatiza: “Com cada aumento do aquecimento global, as mudanças regionais no clima médio e nos extremos tornam-se mais generalizadas e pronunciadas.”

O gráfico do IPCC (Imagem 1) resume centenas de estudos científicos sobre cenários climáticos futuros. Quatro diferentes cenários são apresentados no gráfico, cada um associado a um determinado aumento de temperatura. Podemos ver que os quatro cenários são bem diferentes entre si no que se refere, por exemplo, à temperatura mais elevada para cada ano, especialmente na América do Sul (linha a); ou no que se refere à umidade e viabilidade do solo para a agricultura (linha b); ou índices pluviométricos atípicos (linha c). Para qual desses cenários, então, o Brasil deve se adaptar?

Infelizmente, não é possível darmos uma resposta exata para essa pergunta, pois não é claro se haverá cooperação internacional contínua para promoção de medidas de mitigação. Sem sabermos de antemão se medidas de mitigação serão implementadas na arena internacional, os governos não têm como saber para que tipo de cenário devem guiar suas respectivas políticas de adaptação: se para um cenário em que a metas do Acordo de Paris são cumpridas, ou para um cenário de 2°C, ou de 3°C, ou mesmo de 4°C de elevação da temperatura.

Políticas brasileiras e dilemas éticos

O governo brasileiro atual tem demonstrado empenho na elaboração de um novo plano para adaptação climática, sobretudo porque o Plano Nacional de Adaptação à Mudança do Clima (PNA), criado em 2016, como o próprio governo admitiu recentemente, “ficou desatualizado”. No entanto, qualquer novo plano para adaptação climática que desconsidere a igual urgência para a implementação de medidas de mitigação corre o mesmo risco de ficar rapidamente desatualizado.

O governo brasileiro poderia talvez alegar que, neste momento, políticas de adaptação são mais urgentes do que políticas de mitigação. Proteger populações vulneráveis contra eventos climáticos extremos, cada vez mais frequentes, é uma questão de justiça social. Ótimo! Mas o risco é promover a justiça social em detrimento da justiça intergeracional. Ou seja, muitas pessoas parecem não se dar conta de que políticas para promoção da justiça social podem entrar em conflito com princípios da justiça intergeracional. É dever das gerações presentes proteger o ambiente para as futuras gerações.

Podemos imaginar um cenário em que, no horizonte dos próximos trinta anos, a adaptação climática seja levada a cabo em consonância com princípios da justiça social. As pessoas da geração atual, assim, serão protegidas. No entanto, se a adaptação climática for financiada, por exemplo, com recursos gerados pela exploração de combustíveis fósseis, e sem consideração pela promoção de políticas de mitigação, o benefício para uma geração será obtido em detrimento dos interesses das próximas gerações.

Não importa no caso anterior se os combustíveis fósseis extraídos no Brasil serão consumidos aqui ou outras partes do mundo. Os GEE podem se acumular por vários séculos na atmosfera, independentemente de fronteiras nacionais. Esse efeito cumulativo e gradual pode acabar encorajando as pessoas da geração atual – e especialmente as pessoas mais velhas dentro da geração atual – a continuar emitindo GEE, pois elas mesmas terão menos a sofrer com o fracasso das políticas de mitigação do que as gerações futuras, ou do que as pessoas mais jovens da geração atual.

Políticas para adaptação climática devem andar lado a lado às políticas para mitigação. Apenas esforços radicais e imediatos para redução e eliminação da emissão dos GEE nos permitirão planejar de modo eficaz as políticas para adaptação climática em consonância não apenas com princípios da justiça social, mas em harmonia também com princípios básicos de justiça intergeracional.The Conversation

Marcelo de Araujo, Professor de Filosofia da Universidade do Estado do Rio de Janeiro (UERJ) e Professor de Filosofia do Direito, Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ) e Pedro Fior Mota de Andrade, Pós-doutorando em Filosofia, Universidade Federal do Rio de Janeiro (UFRJ)

This article is republished from The Conversation under a Creative Commons license. Read the original article.

Il 2023 è stato l’anno più caldo mai registrato

FONTE : ANTROPOCENE.ORG
che ringraziamo

Fonte: Climate&Capitalism – 09.01.2024

Il Copernicus Climate Change Service (C3S) della Commissione europea afferma che il 2023 è stato il primo anno in cui tutti i giorni sono stati più caldi di 1°C rispetto al periodo preindustriale.

Le temperature globali senza precedenti registrate a partire da giugno hanno fatto sì che il 2023 diventasse l’anno più caldo mai registrato, superando di gran lunga il 2016, il precedente anno più caldo. Il rapporto 2023 Global Climate Highlights presenta una sintesi generale degli estremi climatici più rilevanti del 2023 e dei principali fattori che li determinano.

Il direttore del C3S Carlo Buontempo commenta:

«Gli estremi che abbiamo osservato negli ultimi mesi testimoniano in modo drammatico quanto siamo lontani dal clima in cui si è sviluppata la nostra civiltà. Questo ha profonde conseguenze per l’Accordo di Parigi e per tutti gli sforzi umani. Se vogliamo gestire con successo il nostro portafoglio di rischi climatici, dobbiamo urgentemente decarbonizzare la nostra economia, utilizzando al contempo i dati e le conoscenze sul clima per prepararci al futuro».

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ETUI. I lavoratori e la sfida climatica . Il magazine HesaMag #28 – Inverno 2023

 

Fonte ETUI 

Per innumerevoli lavoratori in tutta Europa, ci sono due aspetti della “sfida climatica”. La presente relazione speciale esamina entrambi in parallelo. Il primo è il cambiamento climatico stesso e tutti i pericoli che comporta per la salute dei lavoratori. Aude Cefaliello affronta il tema scottante dello stress da caldo sul lavoro e la necessità di una soglia protettiva minima a livello europeo. Théophile Simon visita il sud della Francia, dove gli agricoltori lottano contro una persistente siccità, a scapito della loro sicurezza finanziaria e della loro salute mentale. E oltre il confine con la Spagna, Berta Chulvi parla con i vigili del fuoco che si trovano letteralmente in prima linea nel riscaldamento globale.

L’altro lato della medaglia è la transizione che le nostre società ed economie devono intraprendere per mitigare il cambiamento climatico: un cambiamento colossale con i suoi impatti distinti sulle condizioni di lavoro. Bethany Staunton intervista Judith Kirton-Darling, segretaria generale congiunta di industriAll, sulla necessità di una “transizione giusta” che coinvolga i lavoratori. Arthur Neslen indaga sui potenziali costi sanitari derivanti dalla spinta dell’UE verso l’estrazione di materie prime critiche. Mick Lynch esamina attentamente la pericolosa cultura del subappalto e della deregolamentazione nelle odierne industrie energetiche offshore, comprese le energie rinnovabili. Vera Weghmann prosegue con una critica al piano di economia circolare dell’UE, e Angelo Ferracuti chiude il dossier con un racconto pieno di speranza sul possibile percorso da percorrere: un collettivo di operai italiani che hanno preso nelle proprie mani la transizione verde.

Per scaricare il file pdf di Hesamag #28  in lingua inglese clicca QUI

Per scaricare il file pdf di Hesamag #28 in lingua francese clicca QUI

 

Mentre il pianeta bolle, le grandi compagnie dei media continuano a portare acqua ai giganti dei combustibili fossili

 

Fonte Znetwork che ringraziamo

Autore:

Quando si tratta di reportistica sul clima, le grandi compagnie dei media continuano a deludere il pubblico.

Il 28° vertice della Conferenza delle parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP28), si è recentemente riunito a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti (EAU). Il presidente del vertice, Sultan Ahmed Al Jaber – che è anche a capo della compagnia petrolifera nazionale degli Emirati Arabi Uniti – ha attirato critiche per le voci secondo cui avrebbe pianificato di utilizzare la COP28 per concludere accordi petroliferi e per sostenendo non c’è “nessuna scienza” dietro le richieste urgenti per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, una dichiarazione che in seguito ha ritrattato. CNNCBSIl New York Times, e altro organi di informazione dell’establishment tutti raccontavano del tumulto che circondava la sua difesa mercenaria dei combustibili fossili.

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2023 Rapporto sul rischio climatico materiale dell’infrastruttura ospedaliera globale di XDI

 

Fonte  Antropocene.org

Il rischio di danni agli ospedali dovuti a eventi meteorologici estremi è già aumentato del 41% dal 1990 a causa delle emissioni di gas serra.

Il 2 dicembre, XDI Cross Dependency Initiative, una società di consulenza specializzata nella comprensione e nella gestione dei cambiamenti climatici inevitabili, ha pubblicato un rapporto che valuta i rischi climatici materiali cui sono esposti oltre duecentomila ospedali in tutto il mondo.

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A heatwave in Antarctica totally blew the minds of scientists. They set out to decipher it – and here are the results

DM Bergstrom, Author provided

Dana M Bergstrom, University of Wollongong

Climate scientists don’t like surprises. It means our deep understanding of how the climate works isn’t quite as complete as we need. But unfortunately, as climate change worsens, surprises and unprecedented events keep happening.

In March 2022, Antarctica experienced an extraordinary heatwave. Large swathes of East Antarctica experienced temperatures up to 40°C (72°F) above normal, shattering temperature records. It was the most intense heatwave ever recorded anywhere in the world.

So shocking and rare was the event, it blew the minds of the Antarctic climate science community. A major global research project was launched to unravel the reasons behind it and the damage it caused. A team of 54 researchers, including me, delved into the intricacies of the phenomenon. The team was led by Swiss climatologist Jonathan Wille, and involved experts from 14 countries. The collaboration resulted in two groundbreaking papers published today.

The results are alarming. But they provide scientists a deeper understanding of the links between the tropics and Antarctica – and give the global community a chance to prepare for what a warmer world may bring.

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Vero coraggio politico

 

Image by Gary Bembridge, Creative Commons Attribution 2.0

Fonte Znetwork che ringraziamo

9 gennaio 2024

Questo sarà un post breve, ma questo pomeriggio a Londra è successo qualcosa di importante che immagino non verrà riportato in America: qualcosa di coraggioso e con implicazioni reali.

Forse ricorderete che qualche settimana fa ho  scritto che l’accordo internazionale del mese scorso secondo cui era giunto il momento di “abbandonare i combustibili fossili nei sistemi energetici, in modo giusto, ordinato ed equo” significava che non era più intellettualmente difendibile per consentire alle nazioni di consentire l’espansione dell’industria del petrolio e del gas.

Stamattina Chris Skidmore, deputato conservatore ed ex segretario all’Energia nel governo Tory,  ha annunciato  le sue dimissioni dal Parlamento. Perché? Perché la prossima settimana il governo, guidato da Rishi Sunak, cercherà di aprire il Mare del Nord a una nuova enorme ondata di trivellazioni di petrolio e gas. È come se un senatore repubblicano dicesse: “Non mi ricandiderò perché il mio partito è diventato una filiale dell’industria dei combustibili fossili”. Ciò non accadrà, temo, ma è successo in Gran Bretagna, e nel modo più esplicito. Come ha sottolineato Skidmore nella sua  lettera di dimissioni :

Le decisioni prese alla COP28 il mese scorso hanno messo in moto la transizione globale verso l’abbandono dei combustibili fossili . Mentre continua la crescita esponenziale dell’energia rinnovabile e pulita, mentre cerchiamo di ridurre la nostra domanda di energia per i combustibili fossili attraverso l’adozione di una migliore efficienza energetica negli edifici e nell’industria, mentre l’adozione dell’elettricità sostituisce i combustibili fossili, non c’è motivo di  sostenere per aumentare la produzione di combustibili fossili in un momento in cui gli investimenti dovrebbero essere fatti altrove , nelle industrie e nelle imprese del futuro, e non del passato.

Ha continuato dicendo

Man mano che i combustibili fossili diventano sempre più obsoleti, l’espansione di nuove licenze per petrolio e gas o l’apertura di nuovi giacimenti petroliferi non farà altro che creare risorse non recuperabili del futuro, danneggiando le comunità locali e regionali che dovrebbero invece essere supportate nella transizione delle loro competenze e competenze verso l’energia rinnovabile e pulita.

E questo:

Il disegno di legge che sarà discusso la prossima settimana  non ottiene altro che inviare un segnale globale che il Regno Unito si sta allontanando sempre più dai suoi impegni climatici. Non possiamo aspettarci che altri paesi eliminino gradualmente i loro combustibili fossili mentre allo stesso tempo noi continuiamo a rilasciare nuove licenze o ad aprire nuovi giacimenti petroliferi.  È una tragedia che al Regno Unito sia stato permesso di perdere la propria leadership sul clima, in un momento in cui le nostre imprese, industrie, università e organizzazioni della società civile stanno fornendo leadership e competenze di prima classe a così tante persone in tutto il mondo, ispirando un cambiamento in meglio.

 

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Le storie climatiche più promettenti del 2023 (… con moderato ottimismo … nde )

Fonte Znetwork che ringraziamo

 

Immagine di Creative Commons Attribuzione 3.0

Scrivere e leggere sul cambiamento climatico può essere triste. 

Sicuramente hai letto le stesse storie che abbiamo fatto quest’anno. Il 2023 è stato  l’anno più caldo  mai registrato. La COP 28 è stata  invasa e corrotta  dai lobbisti dei combustibili fossili. La produzione di petrolio e gas continua  a crescere . 

Ma il momento attuale in cui viviamo è complicato perché, sebbene ci sia così tanto di cui disperare, ci sono anche innumerevoli segnali di progresso climatico. Come ha detto l’anno scorso la scienziata del clima Kate Marvel   a David Wallace-Wells del New York Times: “Viviamo in un mondo terribile e viviamo in un mondo meraviglioso”. 

Non è una contraddizione affermare che il 2023 è stato sia uno degli anni peggiori per il nostro futuro climatico sia uno dei migliori, un anno pieno di ragioni per disperare e pieno di segnali di speranza. 

Per inaugurare il nuovo anno, vorremmo riflettere su alcuni dei segnali di progresso climatico che abbiamo visto nel 2023. Ecco 17 storie di speranza che potresti aver perso quest’anno.

La diffusione globale delle energie rinnovabili è aumentata

Gli Stati Uniti hanno installato quasi 33 GW di energia solare

Nel 2023, gli Stati Uniti hanno aggiunto   alla rete quasi 33 GW di nuova capacità solare . Si è trattato dell’espansione più grande mai vista in un solo anno – e un balzo di circa il 50% rispetto al 2022. Anche il settore residenziale, che   quest’anno  ha dovuto affrontare numerose sfide , è cresciuto del 12%.

La maggior parte della crescita della capacità solare è derivata da progetti su scala industriale. Gli sviluppatori hanno aggiunto circa 20 GW di energia solare su scala industriale nel 2023, in aumento di quasi il 100% rispetto all’anno precedente. 

La Cina è sulla buona strada per raggiungere in anticipo il suo obiettivo di rinnovabili entro il 2030

La crescita delle energie rinnovabili sta decollando anche in Cina. Secondo un recente rapporto del Global Energy Monitor , il Paese è sulla buona strada per raggiungere il suo ambizioso obiettivo di energia rinnovabile entro il 2030, ovvero costruire 1.200 GW di capacità rinnovabile, cinque anni prima del previsto   .

 

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Estratto del libro: “Cambiamenti climatici catastrofici: lezioni dai dinosauri”

Segnaliamo questo estratto del Libro ” Catastrophic climate change: Lessons from the dinosaurs”  di   Michael E. Mann 

Una lettura per davvero illuminante 

The following is an extract from climate scientist Michael Mann’s new book, Our Fragile Moment: How Lessons from Earth’s Past Can Help Us Survive the Climate Crisis, published in September 2023 by Public Affairs/Hachette Book Group. Used with permission.

Per leggere questo estratto vai alla fonte.

” Catastrophic climate change: Lessons from the dinosaurs”

Bilancio della COP28: tredici osservazioni

 

FONTE : CLIMATE & CAPITALISM

La dichiarazione finale della debacle di Dubai menzionava i combustibili fossili, ma non prometteva nulla

La 28a Conferenza delle Parti della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si è conclusa il 13 dicembre con un accordo dell’ultimo minuto che menziona i combustibili fossili, ma promette poca o nessuna azione. Con oltre 90.000 persone registrate, tra cui oltre 2.400 lobbisti dell’industria dei combustibili fossili, si è trattato, come hanno commentato molti osservatori, di una debacle nel deserto.

In un’intervista con Reuters, Greta Thunberg ha affermato che il testo finale della conferenza “è inefficace e non è nemmeno lontanamente sufficiente a mantenerci entro il limite di 1,5 gradi. È una pugnalata alle spalle per i più vulnerabili.”

Il seguente riassunto è stato preparato da Carbon Brief, un sito web con sede nel Regno Unito che tratta la scienza del clima, ma anche la politica climatica e la politica energetica. Per maggiori dettagli, consulta il loro rapporto approfondito sui risultati chiave della COP28.


Via i fossili: quasi 200 paesi hanno deciso di aiutare il mondo a rinunciare ai  combustibili fossili”, come parte del “bilancio globale” deciso alla COP28, secondo . L’accordo “invita[ndr]” tutti i paesi a contribuire, utilizzando il linguaggio giuridico delle Nazioni Unite più debole possibile per chiedere un’azione. Eppure anche questo obiettivo è stato conquistato a fatica, poiché una precedente bozza di accordo aveva lasciato del tutto facoltativa l’azione sui combustibili fossili.Riepilogo approfondito degli interventi di Carbon Brief

Dove vanno i finanziamenti? Il bilancio richiedeva anche di triplicare le energie rinnovabili, raddoppiare l’efficienza energetica e “ridurre sostanzialmente” le emissioni di metano, il tutto entro il 2030. Questi obiettivi hanno raggiunto quattro dei cinque obiettivi “pilastri” per mantenere l’1,5°C a portata di mano, stabiliti dall’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) in vista della COP28. Il cruciale quinto pilastro – il finanziamento per i paesi in via di sviluppo, che avrebbe potuto sbloccare maggiori ambizioni altrove – era in gran parte mancato.

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Hard-fought COP28 agreement suggests the days of fossil fuels are numbered – but climate catastrophe is not yet averted

Shutterstock

Matt McDonald, The University of Queensland

As negotiators stagger towards their beds in Dubai and another year’s climate talks come to a close, it’s time to take stock. Did COP28 achieve the big breakthrough the world needs on climate change?

Probably not. But the final agreement – met with an ovation – includes a first call for nations to transition away from fossil fuels. It’s a step short of a commitment to phasing the fuels out, as some delegates had pushed for. But the development suggests the days of fossil fuels are numbered.

The overriding question the world now faces is whether the broad commitments nations agreed to are enough as climate change gathers pace. The answer, alarmingly, is no.

UAE: controversial hosts

This year’s talks were controversial from the start.

The role of oil man Sultan Al Jaber as COP28 president fuelled concerns about the hosting role of the United Arab Emirates – a country with significant interests in sustaining a fossil fuel economy. Then came reports Al Jaber had questioned the scientific rationale for phasing out fossil fuels to tackle climate change, amid reports of fossil fuel trade negotiations on the sidelines of negotiations).

On top of this, unprecedented numbers of fossil fuel lobbyists and geoengineering advocates attended the talks. This did not create the ideal conditions for action on climate change.

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Les émissions de CO₂ d’origine fossile ont atteint un nouveau record en 2023

Pep Canadell, CSIRO; Corinne Le Quéré, University of East Anglia; Glen Peters, Center for International Climate and Environment Research – Oslo; Judith Hauck, Universität Bremen; Julia Pongratz, Ludwig Maximilian University of Munich; Philippe Ciais, Commissariat à l’énergie atomique et aux énergies alternatives (CEA); Pierre Friedlingstein, University of Exeter; Robbie Andrew, Center for International Climate and Environment Research – Oslo, and Rob Jackson, Stanford University

Les émissions mondiales de dioxyde de carbone (CO2) d’origine fossile augmenteront de 1,1 % en 2023, les portant au niveau record de 36,8 milliards de tonnes de CO2. C’est la conclusion du 18e rapport annuel du Global Carbon Project sur l’état du budget carbone mondial, que nous avons publié aujourd’hui.

Le CO2 d’origine fossile comprend les émissions provenant de la combustion et de l’utilisation des énergies fossiles (charbon, pétrole et gaz) et de la production de ciment. Si l’on tient également compte des émissions et des retraits de CO2 liés au changement d’affectation des terres, comme la déforestation et la reforestation, les activités humaines devraient même émettre 40,9 milliards de tonnes de CO2 en 2023.

La végétation et les océans continuent d’absorber environ la moitié de toutes les émissions de CO₂, mais le reste s’accumule dans l’atmosphère et provoque un réchauffement croissant de la planète.

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Risolvere la crisi climatica significa porre fine alla nostra dipendenza dalla crescita economica

Source: Open Democracy

 

Fonte Znetwork  che ringraziamo 

 

 

Ma la decrescita nel Nord del mondo non funzionerà se non sarà accompagnata da risarcimenti per il Sud del mondo

I leader mondiali arriveranno ora a Dubai per la COP28 , dove discuteranno su come accelerare la spinta globale verso l’energia pulita.

E con il Nord del mondo responsabile del 92% delle emissioni di anidride carbonica in eccesso a livello mondiale o del 74% dell’uso di materiali in eccesso (metà del quale viene estratto nel Sud del mondo), è chiaro che l’attuale crisi ecologica è responsabilità delle economie industrializzate che sedersi attorno al tavolo.

La fonte del problema risiede nello stesso sistema economico che dà priorità alla crescita economica, al profitto e all’accumulo di ricchezza rispetto al benessere delle persone e del pianeta. Il cieco perseguimento di una crescita economica esponenziale ha dato impulso al processo decisionale economico. Ma la crescita economica esponenziale comporta un’estrazione esponenziale e un approfondimento esponenziale delle disuguaglianze.

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