(Geo)politica: il nucleare, un’energia antidemocratica e neocoloniale

Fonte : Réseau Sortir du nucléaire che ringraziamo

[ la traduzione è stata effettuata con google translator, per un uso professionale o di studio raccomandiamo di fare riferimento al testo alla fonte ]

Articolo pubblicato il 29 dicembre 2023

Se nessuna tecnologia può essere definita neutrale, questa affermazione è ancora più vera per l’energia nucleare. Pericoloso, complesso, strettamente legato a quello militare, richiedendo l’estrazione di notevoli quantità di minerali, l’uso dell’atomo comporta implicazioni politiche in varia misura, sia che avvenga negli stati democratici che sotto regimi autoritari. Una breve panoramica internazionale.

Lo stato nucleare: antidemocratico, abile nella segretezza e nella repressione

Anche negli stati democratici, lo sviluppo nucleare è stato generalmente avviato senza previo voto parlamentare e sulla base del fatto compiuto. In un certo numero di casi, tra i paesi nucleari “veterani” (Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e perfino Svizzera), il programma nucleare civile affondava le sue radici nel desiderio, successivamente concretizzato o meno, di dotarsi della bomba.

Nel 1977, nella sua opera Der Atomstaat (Lo Stato atomico), lo scrittore austriaco Robert Jungk analizzò che l’energia nucleare richiede un potere politico forte e centralizzato, anche di polizia, per poter gestire i rischi legati al suo utilizzo (furto di sostanze radioattivo, attentato, spionaggio…). Lo sviluppo dell’energia nucleare è quindi andato di pari passo con una cultura della segretezza, in misura diversa a seconda dei paesi. In Francia, i funzionari eletti non vengono informati del passaggio di convogli di rifiuti radioattivi attraverso i loro comuni. In Russia e Kazakistan, intere città che ospitano complessi nucleari mancano da tempo dalle mappe . Alcuni sono ancora chiusi ai non residenti.

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