LAUDATO SI’: CONVERSIONE ECOLOGICA E SOCIALE, PARTECIPAZIONE E RAPPRESENTANZA

 

Mario Agostinelli presidente Laudato Sì

Diffondiamo da Inchiestaonline

Un previsto successo elettorale del mondo ambientalista nel medio periodo presenta molte incertezze. Innanzitutto, dovrebbe prendere seriamente in considerazione una consapevolezza intergenerazionale del tempo che viene a mancare e una diffusa conoscenza di come un innalzamento brusco dell’energia interna del nostro Pianeta possa precludere la sopravvivenza della nostra specie. Il che, anche dopo la pandemia è tutt’altro che scontato. In secondo luogo, la connessione tra ingiustizia climatica e sociale (nel senso che i più colpiti sono i più poveri) può dare l’illusione alle classi più ricche e alle nazioni più potenti di poter accaparrare per sé le risorse residue per uno stile di vita immutato e impiegare mirabolanti tecnologie che trattino la natura come un manufatto artificiale adatto alla propria esclusiva riproduzione. Questa è la nuova forma che il negazionismo climatico assume tra i seguaci della crescita illimitata ed è tutt’altro che pacifico e minoritario.

Se non si mettono in relazione giustizia climatica e sociale e se l’antropocentrismo e il sistema capitalista continueranno a convivere, credo che una “ribellione verde” con decisi connotati di democrazia sociale non trovi occasioni di imporsi. Il rapporto Oxfam “Confronting carbon inequility” del Settembre 2020 dello Stockholm Environment Institute sostiene che dei 1500 miliardi di tonnellate di CO2 antropici emessi dal 1750 a oggi, 400 mld arrivano dagli Stati Uniti, 350 dai 28 paesi UE e solo 200 mld dalla Cina. Per di più, dal 1990 al 2015, l’1% di umanità più ricca emette più CO2 della metà dell’umanità costituita dai più poveri. Ovvero, l’impronta carbonica dei più ricchi non solo è 100 volte quella dei più poveri, ma anche 35 volte più grande di quella media necessaria a rispettare il limite di 1,5 °C, mentre ben un quinto del totale dei climalteranti è emesso da imprese multinazionali.

Non c’è nulla di singolare, quindi, nel correlare l’andamento del clima ad uno sviluppo di classe con connotati che il modello di impresa e delle multinazionali non intende mutare nemmeno ora, risarcendo finanziariamente – come è stato chiesto alla Cop 26 di Glasgow – i Paesi più indigenti per contenere le emissioni.

Ogni anno l’uomo estrae dal suolo e dal sottosuolo terrestre 50 miliardi di tonnellate di materiali da costruzione, combustibili fossili, minerali e metalli. Per intenderci, una massa pari a quella di 140.000 Empire State Building. A questo gigantesco prelievo di risorse naturali è correlato un impatto ambientale che raddoppierà nell’arco di due decenni ed una crescita dei profitti a spese di un’inuguaglianza ancora più sconvolgente.

La voce che con maggiore profondità ha dato rappresentanza al dramma climatico e sociale è quella di Francesco, che nel 2015 ha diffuso il messaggio della “Laudato Sì”, che ha ricevuto un eco ed una amplificazione assolutamente non all’altezza “del grido della terra”. Se ne indaghiamo la densità e la radicalità, ci rendiamo meglio conto anche delle difficoltà intrinseche di una cultura latino-americana di rottura che l’ha in parte caratterizzata. Una denuncia drammatica, ben rappresentata dalla bianca tunica solitaria in San Pietro la notte di un Venerdì denso di pioggia, che solo a stento ha turbato i sentimenti antiliberisti – ma fondamentalmente riformisti – della attuale tradizione politica della sinistra italiana ed europea. Una sinistra che, anche nelle sue espressioni migliori, continua a non intrecciare i diritti del lavoro con quelli della natura e della biosfera ormai ampiamente logorati. Dobbiamo dare atto che la predicazione del papa, a volte in diretto colloquio coi movimenti popolari, non ha, almeno fino ad ora, conseguito i risultati che si proponeva, a riprova di una sottovalutazione da parte degli umani delle consistenti ed oggettive connessioni con l’ambiente e il resto del vivente e che non è vero che – come invece afferma l’Enciclica – “niente di questo mondo ci risulta indifferente”.

Da molte parti si afferma che in Marx ed Engels c’erano già tutti i presupposti di una denuncia della contraddizione tra genere umano e natura, mediabile e riscattabile dal lavoro, Non ne sono affatto sicuro e capisco pertanto una certa rimozione non solo dei credenti, ma anche di voci importanti della tradizione comunista e socialista, forse resa sospettosa da un diffidente anticlericalismo.

In Marx la crisi ecologica nasce dalla brusca inversione della crescita di capitale costante e di natura umanizzata controllata dal capitalismo, che provoca una riduzione di quella umanizzabile e la scomparsa della primordiale natura amica.

Ai due grandi pensatori erano ben presenti sia lo sfruttamento capitalistico del corpo e della salute dell’uomo che della natura, corpo inorganico dell’uomo; erano altresì ben consapevoli che l’ecologia presa a sé andava oltre la capacità di comprensione della maggior parte dei loro contemporanei.

Per questo si sono applicati ad analizzare anche le forme di urbanizzazione intensiva che inquinano anche aria e acqua, le città e le campagne con lavorazioni nocive e i mezzi di sfruttamento della terra e della natura, in un sistema complessivo teso a superare ogni limite di sostenibilità per il genere umano e per la Natura (Si veda la splendida inchiesta sulla classe operaia in Inghilterra di Engels). Risulta loro chiaro come la produzione capitalistica sviluppi la tecnica e la combinazione del processo di produzione sociale solo minando al contempo le fonti da cui sgorga ogni ricchezza: la terra e il lavoratore. Ciò avviene perché non la soddisfazione dei bisogni ma il tasso di profitto è la forza motrice del processo, al punto che viene impedito “… il ricambio materiale organico fra l’uomo e la terra, ossia il ritorno al terreno degli elementi costitutivi consumati dall’uomo”.

Oggi il capitalismo mette in moto forze di rapina che tendono a produrre scarti e rifiuti ed ostacolare il ricambio organico con la terra e la natura e rarefare i valori d’uso naturali più vitali per l’intera specie umana. Non c’è grande differenza con l’analisi dell’Enciclica, che, quando si riferisce all’ecologia integrale non può fare a ameno di chiamare in causa i poveri-proletari, immensa maggioranza del mondo.

Se si legge con attenzione anche semantica l’Enciclica successiva – “Fratelli tutti” – si coglie come l’ecologia assuma la funzione sociale di prevenzione ambientale e conti sul sapere operaio, fino a farne seguire, per impedire la predazione della natura, l’affermazione dei diritti del lavoro, la riduzione dell’orario, il salario garantito, da conquistarsi attraverso il potere della fraternità. Ed anche se non viene esplicitamente citato, le soluzioni dei problemi ambientali devono fare i conti con la potenza sociale del capitale, una contraddizione sia rispetto la natura che la società. E’ proprio il capitale che trasforma il lavoro in valore di scambio e ne limita il valore d’uso, negando spazio e vitalità sia ad una società giusta che ad una natura amica. Nel sistema attuale, man mano che il dominio ordoliberista si è costituito in ordine, non solo cresce l’alienazione del lavoro, ma conflagra anche la predazione della natura: l’uno e l’altra per sopravvivere devono stare dalla stessa parte e contrapposte al medesimo fronte.

Francesco fa anche giustizia di una indistinta responsabilità riguardo il decadimento naturale Non ha molto senso dire “siamo tutti e alla pari responsabili” del degrado ambientale e della natura, come fanno talvolta, perfino citando la Laudato Sì, i laici e i gruppi che ad essa dicono di riferirsi tacendo del capitalismo e auspicando, con ciò, “un confronto che ci unisca tutti”, sfruttati e inquinati, sfruttatori e inquinatori dell’uomo e della natura. Nell’attuale formazione storica sociale non vi è più un rapporto concreto e diretto tra l’uomo – qualsiasi uomo e vivente – e la natura, dato che ad esso si sostituisce il rapporto “astratto” tra lavoro e proprietà privata, che fa capo al possesso dei mezzi di produzione. Fino ad andare oltre, arrivando ormai al possesso dei beni comuni e della essenza del vivente. L’acqua in borsa e il brevetto dei geni sono forse l’apice di un processo perverso, di indicibile violenza, che porta ad espropriare l’identità, la coscienza, il valore della differenza, la facoltà di una riproduzione libera.

Al punto in cui siamo non si può prescindere dalla critica dell’economia politica e dello stato, dalle questioni del potere, della rappresentanza e della democrazia diretta e rappresentativa, così come delle forme di partecipazione e di governo. Questo papa argentino entra “di striscio” in politica, ma non con inconsapevole leggerezza. Dice che è indispensabile un livello di democrazia che raggiunga la pianificazione non più soltanto dei rapporti di produzione a livello dell’intera società, ma anche delle forze produttive a livello dell’intero processo di ricambio organico tra l’uomo e la natura a livello planetario. Veniamo tutti e tutto da 14 miliardi di anni fa e siamo tuttora interconnessi, più o meno riprogettabili o perduti solo tutti insieme.

In questo senso pochi prima di Francesco avevano riconosciuto nella scienza e nella conoscenza, anche indipendentemente dal credo religioso, il potere di contribuire inevitabilmente all’umanizzazione del mondo e dei suoi abitanti di qualunque specie.

Vengo, da ultimo, alla rappresentanza ed al necessario potere che le si deve attribuire in fasi così drammatiche. La domanda potrebbe essere: si possono ravvisare elementi concreti di costruzione della rappresentanza di un blocco sociale ispirato all’ecologia integrale ed alla contemporanea sconfitta dell’ingiustizia su scala locale ed universale?

Non abbiamo, salvo che episodicamente e fuori d’Italia – concrete esperienze di un passaggio solido dall’ambientalismo ad istanze di soggettività generale – dei diritti civili, delle emergenze sanitarie, del mondo del lavoro, della minaccia di guerre.

Mentre la classe dirigente ha tratto molti insegnamenti dal deficit di risposta critica alla gestione della pandemia, i “cittadini” e la società civile hanno visibilmente frenato la loro creatività e l’immaginazione. La febbre del Pianeta non scoccherà nel 2100: sta aumentando bruscamente ed andrà a crescere in meno di ottant’anni. Bisogna agire adesso, ma un potente meccanismo di rimozione ci fa guardare da un’altra parte, mentre invece l’immaginazione andrebbe stimolata, pungolata, forzata a partire dai territori dove si vive, affinché non si ritorni daccapo.

Sembrerebbe impossibile arrivare ad un collasso per la società come la conosciamo. Soprattutto, se le cause del crollo sono interne all’umanità ed agli assetti sociali che la reggono. Non siamo programmati a riconoscere la minaccia che univocamente progredisce a causa nostra senza inversioni. Per altri versi, ci auguriamo che le cose peggiorino in futuro ma speriamo che vadano meglio nel luogo dove abitualmente siamo.

San Giorgio aveva il drago davanti, la classe operaia dell’800 pensava di risolvere la questione dello sfruttamento facendo i conti con lo zar e i vari Agnelli del mondo: oggi siamo senza avversari in carne e ossa. Il sistema è spettrale e altrettanto spettrali sono le organizzazioni antagoniste. Il distanziamento dovuto alla pandemia è un ostacolo alla pratica dei valori fondanti dell’azione collettiva ed ora dobbiamo fare un salto organizzativo, sebbene in condizioni ancora precarie. Non ci è di conforto che tutta l’area politico sociale cui ci riferiamo debba ripensarsi e nemmeno che quando lo fa si attarda attorno alle proprie contese passate. L’ossessione di un presente in cui la notizia del giorno viene scacciata da quella del giorno dopo non ci permette di elaborare pratiche e forme organizzative orientate a raggiungere la maggioranza della società, individuando tre-quattro battaglie chiave e alcuni territori esemplari su cui rendersi riconoscibili e provare a unificare mondi, interessi e aspirazioni frammentati. Ma questo è quanto ci tocca, subito. E’ mia convinzione che il segno visionario ma concreto della Laudato Sì, la caduta di antropocentrismo di cui si nutre, la consapevolezza della mancanza di tempo, la scoperta di interconnessioni che fanno della società qualcosa che va oltre l’umano, la predominanza della vita sull’economia, la mediazione tra uomo e natura attraverso un lavoro degno, contribuiscano a dissolvere le immagini spettrali di cui si è attorniata una politica che ha rinunciato alla rappresentanza.

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