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L´editoriale di Stefano Folli, direttore della rivista Ecoscienza, per il n. 2/2019; nello stesso numero altri articoli su meteo e clima.

FONTE : ARPAE.IT CHE RINGRAZIAMO 

(23/05/19)

Non è questione di simpatie o antipatie. Il fenomeno mediatico Greta Thunberg ha avuto l’innegabile merito di dare visibilità a quella che andrebbe considerata la questione ambientale più importante dell’epoca in cui viviamo, a livello globale come a livello locale. E che fino a oggi non è ancora riuscita a catturare l’attenzione che meriterebbe, nonostante lo sforzo di scienziati, divulgatori e (pochi) politici per evidenziare l’enorme impatto che il riscaldamento globale avrà sugli ecosistemi, sulle infrastrutture umane e sulle società, se non si prenderanno urgentemente provvedimenti efficaci.

Greta non è certo la prima voce “scomoda” che si fa sentire in un consesso internazionale, puntando il dito contro chi ha la possibilità di prendere decisioni politiche coraggiose. La novità è nel fatto che la ragazza svedese, con la sua costanza e le sue parole chiare e dirette, è riuscita a trascinare molti giovani (e non solo) in un’azione collettiva di indignazione e richiesta di interventi urgenti per scongiurare la catastrofe climatica.

Non sappiamo quanto questo movimento continuerà ad agire e quanto riuscirà a incidere sulle decisioni concrete, ma senza dubbio sta contribuendo ad aumentare la consapevolezza sulla situazione, nonostante le critiche che arrivano da più parti e il talvolta feroce scontro che accompagna il dibattito su questo argomento.

Accanirsi contro Greta perché il suo discorso non è abbastanza approfondito, perché non propone soluzioni immediatamente praticabili o perché riduce la complessità del reale con frasi ad effetto - per prendere in considerazione solo le critiche che si possono considerare accettabili, mettendo da parte le dietrologie complottiste e trascurando ogni voce che non merita neppure un cenno di risposta, come quelle che si concentrano sul suo aspetto o sui suoi disturbi comportamentali - significa ancora una volta non aver compreso la portata del problema che lei e tutto il movimento attorno a lei stanno mettendo in luce.

Dovrebbe ormai essere chiaro a tutti, dopo cinque rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) in oltre vent’anni e innumerevoli pubblicazioni sulle prospettive e gli scenari futuri, che il cambiamento climatico rappresenta un enorme pericolo per la sopravvivenza della civiltà umana per come la conosciamo. Gli effetti del riscaldamento sono già presenti, in parte irreversibili e manifesteranno le proprie conseguenze soprattutto sulle persone e le società più deboli, povere e vulnerabili, amplificando i problemi di diseguaglianza economica e giustizia sociale.

Nessuno mette in dubbio che sia molto complesso portare un cambiamento significativo nei modelli di produzione, consumo e trasporto nelle società più sviluppate e promuovere in quelle più povere uno sviluppo che non segua il modello adottato nelle società industrializzate.
Allo stesso tempo, dovrebbe essere chiaro che agire contro le cause del cambiamento climatico (con azioni drastiche a ogni livello nella direzione della decarbonizzazione, dell’efficienza energetica, dell’uso totale o quasi di energia rinnovabile, dell’economia circolare) può significare anche dare un contributo importante alle esigenze di maggiore equità sociale e alla risoluzione di molti altri problemi ambientali collegati, ad esempio quello della qualità dell’aria. Inoltre, come molti sottolineano, la transizione verso un sistema sostenibile ha anche grandi potenzialità in termini economici, occupazionali e di competitività per un comparto industriale in sofferenza.

Nel campo ambientale, come in quelli della salute e della sicurezza, la prevenzione viene vista come la strada privilegiata da percorrere. Attendere oltre per un’azione decisa contro il cambiamento climatico - confidando magari in un’innovazione tecnologica dirompente e risolutiva di cui oggi ancora non si vedono potenziali applicazioni - significa fare una scommessa molto, troppo azzardata per il futuro.

È proprio questa la richiesta che viene da Greta e da chi le si è messo a fianco: siamo veramente disposti a rischiare il futuro delle nuove generazioni per l’inerzia e la mancanza di volontà di metterci in discussione? La lungimiranza non è purtroppo una qualità molto diffusa nella nostra società e nell’attuale classe politica a livello globale. Ma la posta in gioco, questa volta, è troppo alta per ignorare l’urgenza della sfida. Una sfida culturale, politica, scientifica ed economica che ci deve coinvolgere tutti, a ogni livello.

Non possiamo permetterci di trattare Greta Thunberg alla stregua di una novella Cassandra (non a caso, forse, anche lei una giovane donna) da ignorare, trattare con sufficienza o addirittura irridere e insultare, come purtroppo sta succedendo. Siamo già in ritardo. Non lasciamo passare ulteriore tempo. Ne va della nostra dignità. Ne va del futuro di quell’unico ambiente in cui possiamo vivere. Ne va, in definitiva, della nostra umanità.

Stefano Folli, direttore responsabile rivista Ecoscienza
Arpae Emilia-Romagna


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