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I brutti vizi della famiglia Schmidheiny

FONTE AREA7.CH   CHE RINGRAZIAMO

di  Claudio Carrer
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Dopo aver rivestito funzioni dirigenziali per quasi mezzo secolo, il 72enne Thomas Schmidheiny ha partecipato lo scorso 8 maggio per l’ultima volta in veste di membro del consiglio di amministrazione all’assemblea generale della sua Lafarge-Holcim, il più grande gruppo mondiale del cemento (con 100.000 dipendenti in 90 paesi), frutto della fusione nel 2015 della francese Lafarge con la svizzera Holcim, che lui ereditò dal padre Max a metà degli anni Settanta. Pur restando il più grosso azionista, con una partecipazione dell’11,4 per cento, con le sue dimissioni finisce l’era della dinastia Schmidheiny, tra le più influenti famiglie d’industriali svizzere dell’ultimo secolo. Un’era fatta più di ombre che di luci, segnata in particolare dalle decine di migliaia di morti causati in giro per il mondo dall’Eternit, l’altro pezzo dell’impero di famiglia ereditato dal più celebre fratello Stephan, da anni al centro della cronaca giudiziaria italiana e tuttora sotto processo per omicidio davanti a quattro tribunali della Repubblica, in relazione alle vittime dell’amianto disperso negli ambienti di vita e di lavoro dalle sue fabbriche in Italia, che lui ha controllato dalla metà degli anni Settanta fino alla loro chiusura (su auto-istanza di fallimento) nel 1986.

Una vicenda che per certi versi coinvolge però anche il fratello maggiore Thomas. Innanzitutto perché anch’egli risulta tuttora iscritto al registro degli indagati della Procura della Repubblica di Torino nell’ambito del cosiddetto processo Eternit ter, riguardante circa 200 casi di cittadini italiani che in passato hanno lavorato negli stabilimenti svizzeri dell’Eternit di Niederurnen (Glarona) e Payerne (Vaud) o hanno vissuto nelle immediate vicinanze e che in seguito si sono ammalati e sono morti per una patologia dovuta all’esposizione all’amianto. Questo in ragione del breve periodo da lui trascorso alla testa di Eternit Svizzera, cedutagli dal fratello nella seconda metà degli anni Ottanta.

Ma Thomas Schmidheiny è stato a suo modo protagonista in Italia sia durante il primo grande processo Eternit, dove è comparso come testimone, sia alla vigilia dello stesso per aver fatto una donazione “spontanea” di 3 milioni di euro al Comune di Casale Monferrato, la cittadina piemontese dove lo stabilimento Eternit gestito da Stephan ha già causato migliaia di morti e continua a mietere vittime al ritmo di 50 decessi all’anno. Dettagli piuttosto misconosciuti in Svizzera ma estremamente interessanti, perché in qualche modo fanno sospettare una sua presa di distanza dal fratello minore o perlomeno una certa indifferenza per la sua sorte processuale.
Già il fatto di aver accettato di farsi interrogare dai magistrati torinesi in sede di inchiesta e di essersi presentato al dibattimento come teste, dimostra un approccio diverso nei confronti della giustizia italiana, che Stephan non ha invece mai riconosciuto sottraendosi sistematicamente a ogni chiamata.

Era una calda mattina del luglio 2010 quando Thomas Schmidheiny, scuro in volto e visibilmente teso, si presentò davanti ai giudici nell’aula bunker del Palazzo di giustizia torinese. Nelle sue risposte ha pronunciato tanti “non so” e “non sono in grado di rispondere”, ma ha confermato che a tirare le fila della multinazionale dalla metà degli anni Settanta e dunque ad avere il controllo su Eternit Italia (che la difesa cercava di negare) era effettivamente suo fratello Stephan e che la pericolosità dell’amianto era oggetto di dibattito in famiglia. E ancora più esplicito era stato nell’interrogatorio durante l’inchiesta quando dichiarò che verso la metà degli anni Settanta Stephan «cercava di convincere nostro padre a non più utilizzare l’amianto in quanto cancerogeno». Sulle ragioni che indussero il padre Max a dividere in due tronconi l’azienda di famiglia e ad affidare a un figlio piuttosto che all’altro i rami del cemento e dell’amianto, ha invece osservato: «Io e mio fratello avevamo due visioni differenti di cultura e di principi manageriali».

Quei 3 milioni donati a Casale
E anche nel rapporto con le vittime Thomas Schmidheiny, pur non avendo un interesse personale diretto, ha avuto modo di dimostrare un’altra sensibilità. Non si spiegherebbe altrimenti quell’offerta di 3 milioni di euro fatta al comune di Casale Monferrato subito dopo essere stato stralciato dalla prima inchiesta non avendo egli avuto ruoli di responsabilità in Italia. Un «atto di riconciliazione con la città» la definì. Quei soldi vennero impiegati per l’acquisto di attrezzature diagnostiche per l’ospedale di Casale, per finanziare i servizi di assistenza ai malati terminali e in parte (circa 200mila euro) in favore dell’Associazione delle vittime e dei sindacati. E il fatto che questi ultimi beneficiari avrebbero utilizzato la donazione per fare la guerra giudiziaria a suo fratello Stephan non lo turbava più di tanto. “Non mi interessa” rispose in buona sostanza ad un giornalista che glie lo fece notare. Secondo nostre informazioni già in precedenza Thomas Schmidheiny aveva spinto per un risarcimento dignitoso di tutte le vittime, ma Stephan non stette al gioco e tutto saltò. Tant’è che questi successivamente si limitò a formulare una proposta di transazione semplicemente irricevibile: 75 milioni di euro in cambio della rinuncia a ogni iniziativa giudiziaria contro di lui.

Tutto questo solo per dovere di cronaca e per amore della verità (che nella Svizzera “patria dell’Eternit” fatica maledettamente a passare) e non certo per dire che Thomas è il “fratello buono”. Del resto, anche lui, nell’ambito della sua attività principale in seno alla Holcim che nel 2015 portò alla fusione con Lafarge, non è stato risparmiato da scandali. È per esempio finito nel mirino dell’autorità anticorruzione spagnola che l’ha multato con 1,5 milioni di euro ed è più volte finito nel mirino della critica per le politiche salariali del gruppo in Sudafrica. E infine, ironia della sorte, conclude il suo mandato in seno al Cda lasciando un’azienda nella bufera per la scarsa attenzione che presta alla sicurezza sul lavoro (vedi riquadro) in cui negli ultimi due anni sono morti 150 lavoratori.
Vizi di famiglia.

150 morti sul lavoro alla Lafarge-Holcim
Un sensibile miglioramento della sicurezza sul lavoro e della protezione della salute dell’insieme del personale, in tutti i siti di produzione del mondo. Questa la rivendicazione al centro della manifestazione di protesta organizzata in occasione dell’ultima assemblea generale di Lafarge Holcim a Dübendorf lo scorso 8 maggio, sotto l’egida delle federazioni sindacali IndustriALL Global Union e Internazionale dei lavoratori dell’edilizia e del legno. Una protesta che nasce dalle numerose tragedie sul lavoro che si consumano in seno alla multinazionale del cemento: più di 150 morti negli ultimi due anni (soprattutto nelle sede in paesi del Sud come India e Indonesia, ma anche in Europa, in Belgio), cui si aggiungono migliaia di infortuni professionali gravi.
Una situazione che nel 2017 aveva spinto l’assemblea generale a promettere la firma di un accordo quadro con i sindacati sulla sicurezza a livello mondiale, che poi però il nuovo Ceo del gruppo Jan Jenisch – noto per le sue inclinazioni fortemente anti-sindacali – si è rifiutato di sottoscrivere. Il motivo? Intese di questo tipo andrebbero sottoscritte a livello locale, si è giustificato il Ceo di Lafarge Holcim, che gli affari invece li coordina a livello globale.

Lavoratori forzati alla Eternit di Berlino
Una delle pagine più oscure (e meno studiate) della storia dell’amianto, la famiglia Schmidheiny l’ha scritta durante la Seconda guerra mondiale nella Germania nazista, in particolare come comproprietaria e con ruoli manageriali di primo piano della società Dazag con sede a Berlino, una sorta di grande Eternit fondata nel 1929 insieme ai baroni dell’amianto belgi, francesi, inglesi e tedeschi. Un’azienda della vergogna, che è arrivata a impiegare lavoratori forzati e prigionieri di guerra.

La circostanza, che gli Schmidheiny hanno sempre cercato di nascondere, è stata rivelata nel 2008 grazie al lavoro d’inchiesta della giornalista Maria Roselli, autrice del libro “Amianto e Eternit. Affari e abusi” (in francese e tedesco), un documento prezioso e unico che racconta la storia dell’impiego industriale dell’a- mianto in Europa e dimostra il ruolo centrale svolto dagli Schmidheiny. «È il frutto – racconta Roselli ad area – di dieci anni di ricerche, dieci anni durissimi». L’autrice si è infatti scontrata «con una realtà fatta di omertà, con un’impresa che aveva fatto della disinformazione la sua politica e che ammetteva i fatti soltanto dopo che questi erano dimostrati. Mi rivolsi anche alla magistratura per denunciare comportamenti potenzialmente punibili assunti dall’Eternit in Svizzera di cui venivo a conoscenza, ma incontrando anche qui una forte resistenza: mi si diceva che non avrebbe avuto senso avviare delle inchieste perché in ogni caso i reati sarebbero stati prescritti. D’altro canto era enormemente difficile prendere contatto con i lavoratori, tra i quali regnava la paura. E ogni articolo che pubblicavo mi veniva sistematicamente contestato sul piano legale dagli avvocati dell’impresa. Insomma dell’Eternit e di amianto in Svizzera non si doveva parlare e la triste realtà andava tenuta nascosta il più possibile».
La vicenda dei lavoratori forzati era ovviamente uno degli aspetti più sensibili. «Fu sconvolgente scoprire che venissero impiegati dei deportati in una fabbrica di proprietà non tedesca ma europea e svizzera», ricorda Maria Roselli, che nel libro pubblica la toccante intervista a Nadja Ofsjannikova, una donna 85enne (nel frattempo deceduta) originaria della Bielorussia che durante la guerra, appena 19enne, aveva svolto lavoro forzato in quella maledetta fabbrica Eternit di Berlino. «Insieme tornammo sul posto dove aveva subito sfruttamento, fame e umiliazioni. Ricordo che era talmente scioccata da non più riuscire a parlare». Ma i suoi ricordi erano lucidi, «come se il tutto fosse successo il giorno prima», afferma nell’intervista, in cui tra l’altro si interroga come abbia potuto sopravvivere a ritmi lavorativi di 12 ore al giorno (anche quando si era malati) e sotto una sorveglianza costante, praticamente senza mangiare e sempre con il terrore dentro. Un’intervista tutta da leggere che potete leggere qui.

Pubblicato il
16.05.18