Mario Agostinelli: Perché no al nucleare

 

Autore: Mario Agostinelli

Fonte Inchiestaonline.info

C’è una narrazione che è ripresa e che vuole convincerci che il nucleare è la soluzione dei problemi energetici. L’orrore della guerra in corso richiama in modo angosciante l’illusione di avere a disposizione energia densa e concentrata non solo a fini irreparabilmente distruttivi (le bombe), bensì governata con tecnologie che offrano autonomia energetica in un quadro geopolitico dato in grande mutamento (i reattori nucleari). Sotto questo punto di vista non è tanto preoccupante l’improvvisazione con cui Cingolani sposta di giorno in giorno l’attenzione da una fonte energetica all’altra, ritardando in sostanza il passaggio alle rinnovabili, quanto il crescente favore che il nucleare civile incontra nell’apparato industrial- militare, nelle politiche energetiche dei governi – Draghi compreso – nei media più diffusi, oltre che nei think-tank anglosassoni più accreditati, nonostante la ripulsa che le popolazioni esprimono al presentarsi sul territorio di ogni nuovo progetto.

Così, giornali e tv ci inondano da mesi di notizie mirabolanti e rassicuranti sull’impossibilità di avere un sistema energetico funzionale privo dell’apporto della fusione di atomi leggeri o della fissione di elementi ad elevato peso atomico. In sostanza, si tenta di delineare un futuro assai improbabile, ma in piena continuità con il mito della crescita che ostacola una fuoriuscita dai fossili, mentre la crisi climatica, esacerbata dalla guerra, diventa assai più brusca e incombente rispetto agli indugi degli ostinati conservatori del modello energivoro centralizzato, incompatibile con i cicli della biosfera. Qui di seguito non entrerò nei dettagli scientifici che hanno da tempo dimostrato l’inadeguatezza sotto il profilo del rischio e del lascito delle scorie dell’impiego del nucleare per produrre elettricità, quanto, piuttosto, esporrò per punti le obiezioni alle motivazioni economiche, militari e di potenza, che sostengono le pretese di un rilancio dei processi “controllati” di fusione o di fissione atomica, a dispetto dell’ecologia integrale conclamata.

  • Il nucleare è per sempre. La relazione tra la densità energetica e il tempo entro cui la natura e la vita possono disperdere gli effetti deleteri di una trasformazione energetica, fa rifletter come in tempi storici il nucleare sia “per sempre”. Per usare termini di paragone riscontrabili nell’esperienza umana, la fusione nucleare di un grammo di isotopi d’idrogeno produce quanto ottenuto con 8 grammi di uranio in fissione, ovvero, con la combustione di cinquantamila tonnellate di carbone o, ancora, facendo precipitare per gravità un terzo dell’acqua del Lago di Iseo da mille metri.

Occorre, quindi, pensare agli impianti nucleari come a concentratori fissi e    immobili di grande densità di potenza, indeterminatamente legati nel tempo alla loro collocazione attuale e produttori di flussi rigidissimi di materiale radioattivo (combustibile esausto o impianti irradiati in decomissioning) verso basi militari o depositi di scorie confinate in depositi speciali per periodi storici indefiniti.

  • Solo 8 compagnie nel mondo controllano il 90% della produzione di uranio e solo quattro di queste controllano i processi di arricchimento. I generatori nucleari statunitensi, in particolare di interesse militare, sono supportati da un vasto complesso di aziende e istituzioni che va oltre la semplice catena di approvvigionamento commerciale, che l’Energy Futures Initiative (EFI) stima in più di settecento aziende in quarantaquattro stati “amici”, mentre oltre il 70% dell’uranio per fissione proviene dal Canada, dall’Australia e dal Kazakistan.
  • Lo sviluppo di nuova capacità di generazione nucleare è sottoposto a significative incertezze, dovute alla necessità di un prolungato sostegno pubblico in fase di sviluppo e di prezzi regolati per ripagare in modo prevedibile l’investimento. Gli Stati Uniti hanno un ampio sistema educativo, di ricerca e sviluppo e di supporto industriale che è alla base del settore del nucleare civile, nonché della sua impresa militare. La chiusura dei reattori nucleari eroderebbe questo sistema e avrebbe un impatto sulle operazioni militari, sulle tecnologie e sulla base di innovazione per la sicurezza nazionale USA. L’apparato industriale e finanziario USA è interessato a trasferire nel comparto civile l’enorme accumulo di capitali e conoscenze oggi collocato nell’apparato dell’industria delle armi e nelle corporation del digitale.
  • La catena di approvvigionamento di materiale fissile e l’esperienza nell’energia nucleare civile, compresi gli sforzi alimentati nella fusione di isotopi dell’idrogeno, è essenziale per i servizi alle forze armate di tutti i paesi che possiedono bombe nucleari. Ciò vale in particolare anche nel caso di costruzione della “prossima” generazione di centrali, inclusi piccoli reattori modulari (SMR) da installare su navi e sommergibili da combattimento. Nonostante gli alti capitali richiesti e le incertezze connesse allo smantellamento delle centrali a fine esercizio, un’ampia industria nucleare offre e trae benefici in campo militare.
  • La stessa fusione dell’idrogeno, tutt’ora conclamata e portata alla ribalta da annunci clamorosi per risultati irrilevanti sul piano della adozione commerciale e della competizione economica con le energie da fonti rinnovabili, è alimentata per la gran parte dall’interesse a sperimentare inneschi per la proliferazione di bombe ad idrogeno (13.000 ad oggi!) ed a dotare di sistemi a propulsione nucleare a grandissima autonomia mezzi strategici per le azioni di guerra nello scenario di “first strike”. Va ricordato come il nuovo programma delle forze navali USA preveda un aumento della forza a 355 navi, comprese dodici portaerei, sessantasei sottomarini d’attacco e dodici sottomarini con missili balistici tutti alimentati da energia nucleare, possibilmente con reattori miniaturizzati, oggi ostacolati dalla enorme densità energetica da dissipare e dai notevoli volumi occorrenti agli impianti di confinamento del plasma.
  • Per quanto riguarda i reattori cosiddetti di IV generazione, dovrebbero assicurare sostenibilità ambientale ed economica, sicurezza e affidabilità. Ad oggi è impossibile prevedere la coesistenza di questi criteri e i tentativi di andare verso questa direzione sono clamorosamente falliti a Flamanville e Olkiluoto, dove si è giocata la reputazione la più grande filiera nucleare francese guidata da Areva.

Un’alternativa in sperimentazione, infine, è quella di piccoli reattori da 300 MW, modulari e a minor rischio di incidente, ma la disseminazione di scorie radioattive che si diffonderebbe per tutti i territori rende impraticabile anche questa prospettiva.

Oltre che costoso e rischioso, il nucleare è per sempre, una prospettiva che da subito tradirebbe la responsabilità della presenza umana sulla Terra e raggirerebbe la presunta progressività della sua storia.

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