Qualche percezione ed opinione sul DL 146/2021 sicurezza.

Scrivo come medico del lavoro pensionato. Ho avuto la fortuna di fare più lavori in passato, ospedaliero, medico di base e dal 1981 medico del lavoro in più USL di diverse regioni dell’Italia settentrionale nonché in sud america come volontario nella cooperazione internazionale. Come tanti colleghi abbiamo attraversato diverse ere della sanità italiana, dagli entusiasmi dei primi consorzi e del post 833 all’esodo della igiene ambientale alle ARPA nella percezione di molti ricollegabile in buona parte a legittime aspirazioni di professionisti non medici, dalla creatività alla burocrazia, da contesti con simpatie socialiste (nella accezione internazionale del termine) al lib lab ed infine ai cascami italo-neolib di certo aziendalismo.

Chi ha lavorato nei servizi già definiti di medicina del lavoro, che poi hanno assunto diversi complicati acronimi diversi nel tempo e nello spazio, ha fatto belle e meno belle esperienze: servizi non esistenti o ridotti all’osso, servizi strutturati solo dopo inviti di Procuratori, servizi precoci e ben strutturati… Non faccio alcun panegirico, ma il modello “italiano” ove applicato ha funzionato spesso bene ed è stato guardato con interesse nel mondo, pur avendo spesso pecche comuni a molta pubblica amministrazione (e non solo), dal familismo clientelare al lealismo demeritocratico, dalla sensibilità a pressioni esterne limitanti alla burocratizzazione. Ho conosciuto diversi colleghi medici e soprattutto tecnici che lasciavano quel lavoro per ragioni economiche, di mobbing, o di carriera. Ricordo che. con certo involontario umorismo, ai tempi della aziendalizzazione delle USL qualcuno disse che erano stati scelti medici del lavoro per funzioni amministrative o del cosiddetto governo clinico apicale “perché, lavorando nella vigilanza di aziende, avevano acquistato una mentalità organizzativo-imprenditoriale”. In una delle mie esperienze qualcuno, un po’ perseguitato e poi emigrato nel privato, disse che le pressioni locali a contenere la propria attività erano troppo forti e che sarebbe stato meglio avere una struttura nazionale centralizzata con diramazioni locali. Sempre si è respirata quest’aria di rischio di trasferimento dalle USL/ASL/ATS ad agenzie regionali o a Enti tipo Ispettorato del Lavoro, che aveva funzioni in gran parte distinte come hanno chiarito altri interventi. Personalmente non credo che la centralizzazione sia garanzia di maggiore efficienza ed autonomia professionale a meno che non sia ben controllata, così come avviene in altri campi come gli acquisti o la prestazione di servizi ad enti pubblici. Il rischio è poi di standardizzare le prestazioni verso una media o verso il minimo, anziché generalizzare le “eccellenze” e i modelli “già virtuosi”. Un grande problema è la scarsa sensibilità (senza generalizzare) di Ministero e Regioni verso la conservazione dell’attività di vigilanza presso la Sanità (Ministero, ricerca ex ISPESL (che accudiva ampiamente alla collaborazione di Servizi ASL) ai servizi ASL. L’impressione è che le priorità siano altre e che di questa “grana” ci si libererebbe forse volentieri. E’ forse per questo che anche a livello comunicativo poco si parla dei lavori fatti e delle potenzialità di questi servizi e che nell’opinione pubblica si presenti come risolutivo il potenziamento dell’Ispettorato del Lavoro (ente rispettabile che, come accennavo, ha avuto ed ha ancora ruoli importanti ma in buona parte diversi). Condivido pertanto le preoccupazioni già illustrate da altri su misure che possano preannunciare lo smantellamento graduale di tali servizi, il solito discorso del bambino che defluisce con l’acqua sporca.

Rinaldo Ghersi

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