Cronache da Berlino di Franco Di Giangirolamo – 20 luglio 2021

Foto street in Berlin  gierre 2017 

20 luglio 2021

Le mie esplorazioni di Berlino, dal buco della serratura, sono diventate rare e me ne scuso con i miei amici FB che ogni tanto le seguivano,

Pigrizia pandemica e qualche acciacco di troppo, sicuramente, ma anche priorità che si impongono e non tutte piacevoli.

Nulla si potrebbe aggiungere alle informazioni sul disastro che ha interessato vari paesi europei, né sulle sue inevitabili ripercussioni politica, soprattutto in Germania, che a settembre rinnova il Bundestag e la Cancelleria e dove i Verdi sono un concorrente temibile per tutti i partiti, i quali, non a caso, da settimane hanno scatenato una campagna di discredito della loro candidata.

Sfogliando velocemente (lo so, non è corretto!) la stampa locale e saltando il rituale e inevitabile balletto della ricerca delle responsabilità e del posizionamento dei partiti, tutti specialisti del senno di poi, mi saltano agli occhi due affermazioni:

  • Andreas Friedrich, portavoce del Servizio Meteorologico tedesco (DWD) che afferma categoricamente: non siamo rimasti sorpresi.

  • Frank Schaetzing, studioso di problematiche ambientali che afferma: è stata una catastrofe annunciata

che indicano quale distanza abissale si sia creata tra il “mondo scientifico“ e il “mondo politico“.

Ancora una volta non posso sottrarmi alla impressione che la grandinata di proposte di ogni tipo, sia quando sono frutto di lunga elaborazione che, come la maggior parte, quando sono abborracciate per fare titoli sui giornali, rischi di ridursi a pura cosmesi. Eppure non ci vuole molto per capire che abbiamo esagerato da tutti i punti di vista, per lo meno come minoranza ricca del globo, e che senza una rivoluzione nel modello di produzione e di consumo globali, per i quali esistono conoscenze, saperi, capacità e perfino esperienze in abbondanza, si può solo peggiorare.

Di fronte alla certezza matematica e, in ogni caso, a probabilità elevate e crescenti che tanto sul terreno pandemico, che su quello economico, subiremo disastri a cicli temporali sempre più ravvicinati e di dimensioni sempre più rilevanti, non si può evitare di sottolineare che la “politica“ non è neppure in grado di affermarsi come l’“arte del possibile“ e meno che mai, come la sfida dell’impossibile, che attualmente urge. Oggi non si può fare solo ciò che si può, ma ciò che si deve. Non credo neanche sia possibile delegare questo compito a politici il cui orizzonte, spesso anche culturale, non si estende molto né nel tempo né nello spazio. E’ un tema che va assunto dai cittadini e dalle loro organizzazioni, perché senza lotte dure e radicali non ci possono essere soluzioni vere.

Risorse finite del globo possono solo essere salvaguardate, tutelate e redistribuite se l’obiettivo è vivere decentemente tutti in equilibrio col pianeta.

Da alcuni anni un certo numero di miliardari ha chiesto consulenze, pagandole profumatamente, ad alcuni futurologi non per avere lumi su come ridurre al massimo le conseguenze di eventuali disastri, parte dei quali sono provocate proprio dai loro interessi, ma su come difendere loro e le loro famiglie da eventi catastrofici sia di natura ecologica che sociale.

Se siamo sordi agli allarmi che lanciano gli scienziati, ascoltiamo almeno gli allarmi dei padroni del mondo !!!

Intanto le “riaperture“ berlinesi cominciano timidamente a produrre effetti. Mangiando una “milanese“ ( ma non chiamate così lo Schnitzel, se no i bavaresi e gli austriaci del ristorante si incacchiano) vedo trolley e giovani in giro, ma il traffico urbano è ancora molto modesto, fortunatamente, le aperture delle mostre e gallerie stanno andando bene ma sono col freno tirato anche per le modalità di accesso. Alexanderplatz giorno dopo giorno sta assumendo la sua normale vitalità in gran parte grazie ai giovani immigrati e, finalmente, Unter den Linden è un viale che si può percorrere quasi tutto senza inciampare nei tipici cantieri che sono una costante del panorama berlinese.

Il superamento della soglia di 4 milioni di morti nel mondo (valore certamente sottostimato) e dei 90.000 decessi in Germania tengono caldo, se ce ne fosse bisogno, il dibattito sulla pandemia.

A parte le preoccupazioni per le 11 varianti, che attenuano l’ottimismo per il calo dei ricoveri e dei decessi e rovinano la vita ai vari scienziati ed esperti in tutta Europa oserei dire, le cose da rilevare non sono tante ma forse interessanti.

Poco si discute del fatto che l’Africa ha vaccinato l’1% della popolazione (la possibilità di vaccinarsi è 62 volte inferiore a quella degli USA, dice l’ONU) cosa che non riducendo la circolazione del virus ne aumenta la probabilità di moltiplicare varianti. In tutta l’Africa si sono inoculate 50 milioni di dosi di vaccino, l’1,6% del totale mondiale.

Poco si discute del Piano Covax (vaccini per i paesi poveri) se non la bella notizia che la Germania fornirà 30 milioni di dosi di vaccino entro la fine dell’anno. Non è il solo paese donatore, ovviamente, ma se si pensa che Covax è riuscita a distribuire fino alla metà di giugno 90 milioni di dosi di vaccino su 1,8 miliardi di dosi stimate necessarie per i paesi poveri, quella che l’ONU un anno fa battezzava come “emergenza morale“ è ormai una “vergogna umiliante“.

Specialmente se si pensa che, dopo tutto l’irresponsabile casino creato su Astrazeneca, ci sono realtà in Germania dove si è costretti a distruggere le dosi perchè scadute. E penso che non siano casi isolati.

Meno che mai si pensa alla possibilità che in molte zone del mondo l’uomo possa infettare animali, in particolare primati, con effetti che nessuno è in grado di prevedere ma che non possono essere simpatici visto che la Zoonosi è la moda del momento.

Per queste ragioni mi pare che l’iniziativa del Marocco, anche questa con finalità geostrategiche precise, sia da considerare con attenzione. Creare un Hub per la produzione di vaccini per l’Africa (5 milioni di dosi al mese dal 2023) e una piattaforma per le biotecnologie a livello continentale, fino alla produzione di un proprio vaccino.

E lo Sputnik? Dopo essere stato sputtanato come si poteva per ovvii motivi geostrategici, la rivista Nature ci fa sapere che, usato in milioni di dosi in 70 paesi, non pare abbia dato luogo a particolari problemi. Forse, si dice, perchè usava due adenovirus invece di uno, come AZ e J&J e l’efficacia rilevata è risultata del 97,6% (e niente trombosi).

Sicché il bistrattato Sputnik, che i paesi arabi sono stati i primi ad utilizzare, assieme a San Marino, oggi è prodotto in India (850 milioni di dosi), Argentina e Corea del Sud.

Alla fine della Pandemia, quando si potrà fare un bilancio veritiero e compiuto, è probabile che i  “paesi canaglia“ (Cina, Russia, Cuba, Vietnam, etc.) pur nelle loro diversità ne escano con risultati molto più lusinghieri in termini di traguardi scientifici raggiunti, di vite salvaguardate, e di risorse impegnate. Sarebbe anche giusto: visto che hanno meno democrazia formale almeno abbiano più salute sostanziale.

Chiudo il buco della serratura. Tra due settimane riapriranno le scuole e i ragazzi nel giardino mi faranno di nuovo compagnia. Le giornate cominciano sempre bene quando sono animate da una folla di ragazzi e ragazze.

Franco Di Giangirolamo

 

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