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Il Paese, con gli occhi di un “somministrato”

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Cari elettori,
chi vi scrive è una delegata Fiom di uno stabilimento metalmeccanico del torinese.
Che voi vi sentiate traditi, vittime, non rappresentati o delusi, anziché figli della Costituzione, spettatori inermi di una fase che va oltre lo stallo, europeisti e difensori dell’Istituzione del Presidente della Repubblica, volevo farvi delle semplici e banali considerazioni.
Mentre il Paese è diviso tra l’odio e il rancore, mi immedesimo nell’ultimo dei ragazzi somministrati della mia fabbrica e provo a vedere con i suoi occhi.
La mia è una fabbrica in continua crescita, perciò chi riesce ad entrare nutre delle speranze che non sono un fatto diffuso nel panorama dell’occupazione oggi. A lui non è dato modo di essere “costituzionalista” per cui deve scordarsi che la sua Carta gli garantisce il lavoro. Neanche può sperare di uscire dall’Europa, perché questo sarebbe un bel regalo agli azionisti della sua Multinazionale che, peraltro, ragionano in termini di riscontro tra utili e produttività e, cavalcando il vuoto legislativo, andrebbero altrove, delocalizzerebbero.


Il ragazzo poi dovrebbe seguire un iter lunghissimo (36 mesi se basta) basato sulla conferma del proprio contratto attraverso un’agenzia che può variare nei tempi e nei modi. Deve essere pronto a lavorare 48 ore, ma anche messo a 16 ore settimanali, in relazione alla mole di lavoro. Deve essere pronto a sopperire a turnistiche sconfortanti, sui sabati e sulle domeniche, deve professionalizzarsi meglio di tutti, deve sgomitare, essere intraprendente, ubbidiente e trasparente.
Non deve parlare con il Sindacato, può solo con quello “permesso”.
Non deve parlare di diritti, deve avere doti nel saper stare con gli altri. Deve essere esaminato con una lente d’ingrandimento. Non deve chiedere e neanche ammalarsi.
Difficilmente verrà assunto e se lo sarà è perché ha dei grossi santi in Paradiso.
Appena assunto, per altri tre anni, è tale e quale a quando era interinale e non può nemmeno sognare un avanzamento di categoria.
Dopo i tre anni viene da me e dice che non ne può più e lo fa con un nodo in gola. Uno di loro mi ha detto “tempo dieci anni e muoio”.
Un somministrato da noi ha avuto un infortunio tempo fa e non mi era neanche stato comunicato, “tanto é dell’agenzia”.
Che Paese è questo? Che coscienza di classe possiamo dare ai nostri figli se non quella dello schiavo rassegnato? O del disoccupato depresso? O del nuovo emigrato?
Qualcuno ha parlato in termini concreti di politiche del lavoro? Qualcuno ha una strategia per far investire in questo Paese (a parte quella di frantumarci i diritti uno ad uno?)
Così, chiedo, per chi si fosse distratto per questo disgustoso teatrino che sta gettando le basi per un nuovo fascismo. Perché di questo si tratta quando si toglie il sorriso dalla bocca delle persone… Quando la natura di volere un figlio deve scontrarsi con la realtà di non poterlo mantenere… Quando non riesci a lasciare il nido materno per volare con le tue ali.

Qualcuno lì ci penserà a metterti in fila e a bruciarti quando non servi.

Barbara, delegata Fiom Torino

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