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Se fosse sufficiente gridare “basta”, le morti sul lavoro sarebbero scomparse da decenni. Perché di lavoro non si muoia, ma si viva

FONTE JOBNEWS CHE RINGRAZIAMO

270 morti sul lavoro dal primo gennaio 2018 (dati dell’Osservatorio indipendente di Bologna morti sul lavoro). Da troppo tempo latitante dall’agenda politica, il tema del lavoro sicuro si impone, per l’emergenza della realtà dei fatti, quale prioritario punto di attenzione per istituzioni, imprese, parti sociali. All’indomani di ogni infortunio mortale o molto grave si assiste alla retorica del cordoglio e di dichiarazioni sempre uguali a se stesse: “è una vergogna. Basta morti sul lavoro. Ora più controlli!”. E poi? Cosa è cambiato? Quali sono stati gli interventi operativi messi in campo? Ci sono stati più controlli? Di che tipo? E sono stati sufficienti? Se da decenni si dicono e si propongono gli stessi approcci e la realtà ne sancisce quotidianamente il tragico fallimento, non sarà arrivato il momento di capovolgere l’approccio al tema?

Un nuovo modello di sviluppo sostenibile è possibile attivando interventi mirati di “prevenzione operativa” in grado di assicurare il rispetto della persona e del lavoratore, ma anche di favorire crescita e innovazione per le imprese, regolazione della concorrenza e legalità.

Dieci anni fa, a seguito della tragedia umana ed industriale che è stata il rogo della Thyssen Krupp a Torino, è stato adottato, con una unanime condivisione parlamentare, il testo organico in materia di sicurezza sul lavoro, il D. Lgs. 81/2008 (Testo Unico in materia di Sicurezza sul lavoro, così come modificato dal D. Lgs. 106/2009), che, ad oggi, purtroppo, è rimasto in parte inattuato proprio negli aspetti relativi alla prevenzione.

Primo passo, dunque, è ripartire dall’applicazione delle norme già esistenti, considerando non solo il Testo unico sicurezza lavoro e le politiche in materia, ma anche leggi e norme ad esso collegate, o che lo diventano, garantendone l’operatività. Non è invece auspicabile indebolire il sistema attraverso modifiche ed innovazioni che non contribuiscono ad agevolare l’adozione di sistemi di prevenzione, né a semplificare gli adempimenti.

Jobs act, frammentazione tutele, precarietà hanno influito sulla sicurezza

Ad esempio, l’introduzione del Jobs act, la frammentazione delle tutele e la precarizzazione del lavoro hanno influito sulla sicurezza sul lavoro. Il lavoratore precario è formato adeguatamente? Ha la forza contrattuale di chiedere il rispetto delle norme di sicurezza? Nell’apportare modifiche alla disciplina dei rapporti di lavoro si è tenuto conto delle ricadute sulla sicurezza dei lavoratori e delle aziende?

Il decreto legislativo n. 81/2008 aveva invece rafforzato il collegamento tra aspetti della prevenzione ed il finanziamento e i contributi alle imprese che vi si adeguano, tra il rispetto di obblighi prevenzionali e la riduzione dei tassi dei premi assicurativi, configurando “un circuito di prevenzione” che va interpretato e attuato come un percorso unitario tra tutte le fasi precedenti, concomitanti e successive agli infortuni sul lavoro e alle malattie professionali, da ricondurre ad un sistema di prevenzione che si autoalimenta e si rinnova costantemente e operativamente, concorrendo anche all’estensione della legalità, oltre che alla regolazione della concorrenza.

L’investimento in sicurezza comporta evidentemente un miglioramento delle condizioni di lavoro, ma anche un ritorno in termini di risparmio; le misure di prevenzione, se operative e concretamente mirate, riducono i costi della mancata sicurezza, oltre che il costo sociale da infortuni e malattie professionali.

Diventa una priorità abbandonare approcci formalistici e burocratici (moduli, formulari, organigrammi, protocolli, accordi), che non stanno portando a risultati concreti, privilegiando interventi non burocratici, mediante competenze professionali di prevenzione operativa. Procedure di valutazione formalistiche e modulistica elaborate a livello teorico e generico, non tarate sulle effettive realtà locali e produttive, peccano di astrattezza e inefficienza.

Interventi diretti con le aziende. Sinergie con tutti i soggetti interessati

Occorrono azioni dirette con le aziende ed approcci operativi con l’intero mondo del lavoro, oltre che con le istituzioni pubbliche e private deputate agli specifici distretti territoriali e settori produttivi. L’efficienza di azioni di prevenzione deve essere verificata sulla base di risultati concreti, non su base statistica. È necessario potenziare il legame tra indirizzi, attuazione e conseguenze, anche attraverso maggiore sinergia tra tutti i soggetti della prevenzione, a partire da quelli pubblici, ma non solo. Occorre, infine, distinguere e separare fino in fondo i compiti di prevenzione da quelli di controllo.

Nel riordinare il sistema dei servizi ispettivi (D. Lgs. 149/2015) con la costituzione dell’Istituto Nazionale del lavoro si è tenuto conto della priorità sistematica di distinguere controlli sulla sicurezza da competenze di prevenzione? Si sono attivati meccanismi di prevenzione di conflitti di interessi? Cosa si è previsto per concretamente sostenere interventi di prevenzione? Il sistema dei controlli previsti sta funzionando? Che tipo di controlli si stanno effettuando?

Se si rivelano necessari, come credo, interventi correttivi e di potenziamento, si proceda subito ad adottarli in un’ottica di sistema. La finalità è orientare il sistema impresa/lavoro verso una prevenzione operativa che correli adeguati meccanismi di incentivi e disincentivi, principalmente economici; da una parte nell’ottica della riduzione del costo del lavoro, dei costi sociali per la collettività in generale, dall’altra per garantire legalità, leale concorrenza tra le imprese e per incentivare la crescita mirando gli interventi di sostegno anche di innovazione tecnologica su distretti produttivi, territori, vari settori e attività di impresa e sulle tipologie di lavoratori e lavori.

Tecnologia, strumento prezioso per migliorare la sicurezza

In questo quadro, infatti, la tecnologia può costituire uno strumento prezioso per migliorare la sicurezza sui luoghi di lavoro, orientando investimenti che sosterrebbero anche l’innovazione dei processi. Ed invece l’animato dibattito sull’utilizzo della tecnologia si è concentrato su finalità di controllo del lavoratore, mentre se ne trascurano usi ben più utili ed efficaci, anche ai fini produttivi, a vantaggio della sicurezza dei lavoratori.

Ciò che è importante è che a incentivi economici per chi investe in sicurezza corrispondano disincentivi, principalmente di carattere economico, per chi quelle norme non rispetta. Il meccanismo premiale mirato deve funzionare anche da regolatore della concorrenza penalizzando chi pretende di essere concorrenziale a danno della sicurezza dei lavoratori risparmiando, solo apparentemente, sui costi degli adempimenti in materia infortunistica. Incentivi sganciati dai disincentivi sarebbero una stortura del meccanismo premiale, pericolosa e da scongiurare perché rischia di risolversi in interventi non solo inefficaci ai fini della sicurezza sul lavoro, ma antieconomici per il sistema.

Finalizzare investimenti pubblici alla sicurezza sul lavoro, procedere a monitoraggi continui sugli effetti concreti degli investimenti in tecnologia sicura, diventano così strumenti di indirizzo delle risorse pubbliche, ma anche di valorizzazione delle competenze tecnico giuridiche pubbliche in grado di sostenere sul campo una prevenzione operativa.   L’auspicio è dunque che si parli non solo di lavoro, ma di lavoro sicuro, non solo di sicurezza ma di prevenzione operativa, che si parli non più di costi della sicurezza ma di investimenti in prevenzione che promuovano innovazione e crescita, perché non si muoia, ma si viva di lavoro.

* Tiziana Cignarelli

Segretario generale FLEPAR-Associazione avvocati e professionisti tecnici e sanitari Inail twitter @fleparinail  www.fleparinail.it