Comunicato Fim Fiom Uilm in merito agli screening

Fonte : Fiom-Cgil Nazionale 

Riteniamo e importante diffondere questo comunicato Fim, Fiom, Uilm nazionali in merito a “Screening: necessaria la condivisione nei comitati Covid ” (Editor)

Screening: necessaria la condivisione nei comitati Covid

Ci segnalano a più riprese iniziative unilaterali da parte di aziende in materia di screening, con il tentativo di imporre tamponi generalizzati al proprio personale; precisiamo che è indispensabile il coinvolgimento dei Comitati Covid aziendali o territoriali.

A tal proposito è utile ricordare alcuni punti fondamentali dell’attuale impianto normativo:

1. Il DPCM “zone a rischio”, per quanto attinente le attività economiche e produttive, fa riferimento esplicito al Protocollo condiviso tra Governo e Parti Sociali sottoscritto il 24 aprile 2020.

2. I comitati COVID disciplinati dal richiamato Protocollo sono attivi e vanno prontamente attivati, alla presenza del Medico Competente, per quanto concerne la sorveglianza sanitaria.

3. Gli screening sono attualmente disciplinati per i casi che presentato sintomi riconducibili al SARS-CoV-2, nonché per i contatti stretti con una persona risultata positiva.

4. Nei casi in cui siano riscontrati casi in azienda è l’azienda sanitaria territoriale a prendere in carico la gestione dei suddetti screening.

5. è possibile, in caso di effettivo riscontro di positività, accompagnare la presa in carico da parte delle autorità competenti con screening a carico dell’azienda, ma sempre in raccordo con l’autorità sanitaria pubblica.

Pertanto, in caso di imposizione unilaterale afferenti percorsi di screening è indispensabile richiedere la convocazione del Comitato COVID aziendale, alla presenza del Medico Competente.

Resta inteso che, in ogni caso, tali screening sono da considerarsi a carattere volontario.

Invitiamo le RSU e le strutture territoriali a comunicarci il ripetersi di iniziative analoghe nei rispettivi territori.

Fim, Fiom, Uilm nazionali

Roma, 11 novembre 2020

Strategia a posteriori e mobilità sanitaria attiva e passiva

fonte: mentepolitica.it

Medicina Moderna

Francesco Domenico Capizzi * – 11.11.2020

Già nel 2017 il CENSIS affermava che “la Medicina moderna sta diventando troppo cara per essere vitale: la spesa sanitaria italiana cresce più rapidamente del PIL al punto che la forbice tra finan­ziamento statale e spesa prevedibile rischia di aprire una voragine nei conti pubblici”. Alla constatazione si potrebbe aggiungervi il motivo: il Servizio Sanitario Nazionale deve e non può non ricorrere a sistemi tecnologici complessi e molto onerosi di diagnosi e cura. Una problematica decisiva di politica socio-sanitaria che avrebbe dovuto già essere affrontata, per sé stessa da tempo cogente e di non facile soluzione, puntando decisamente sulla evitabilità e la prevenzione delle malattie cronico-degenerative e neoplastiche, in cresci­ta costante fino a rappresentare grande parte delle patologie affrontate quotidianamente dall’organizzazione sanitaria le cui risorse e forze sono destinate, in Italia come in altri Paesi industria­lizzati, essenzialmente alla loro diagnosi e cura e con risultati non entusiasmanti.

I capitoli che pesano sul piano organizzativo ed economico, permanendo l’attuale gestione sanitaria, sono molteplici:

–      Politica e Istituzioni sanitarie continuano ad essere concepite come amministrazioni contabili e gestionali di strutture edilizie e tecnologiche la cui unica, se non esclusiva, progettualità si conforma, in definitiva, come mantenimento e sviluppo dell’esistente;

–      nel 2050 gli ultrasessantacinquenni costituiranno il 34% della popolazione contro l’attuale 17%, il 25% dei quali accuserà molteplici malattie con relativa necessità di plurime terapie e supporti assistenziali di varia natura, con consumi più che doppi di farmaci e vari rimedi rispetto a tutte le età minori messe insieme. Pur collocandosi ai primi posti, nel contesto europeo e mondiale, per la qualità delle prestazioni, l’equità e l’universalità di accesso, il Sistema sanitario italiano può incepparsi proprio a causa della crescita numerica della popolazione anziana che rende difficile, se non impossibile, il mantenimento degli standard qualitativi e quantitativi raggiunti per la sostenibilità dei costi a fronte di esborsi condizionati dai vincoli finanziari relativi agli impegni assunti dall’Italia in Europa (CENSIS, 2019);

–      allungandosi nel Servizio pubblico le già lunghe liste d’attesa (oltretutto, tra marzo e luglio di quest’anno, a causa del Covid, sono rimasti non eseguiti circa 500.000 interventi chirurgici; dati forniti dalla Società Italiana di Chirurgia) i fondi erogati  alle strutture private accreditate hanno sfiorato nel 2019 i 25 miliardi di euro (poco meno di un quinto dell’intero budget sanitario), essendo aumentata di circa un miliardo e mezzo la spesa per anno a partire dal 2002, pari ad un tasso di crescita annuo del 3,4%;

–      la spesa sanitaria complessiva dai 116 miliardi del 2018 è passata ai 117,3 miliardi del 2019 (Ragioneria Generale dello Stato 2019): dal 2002 al 2019 ha subito un incremento in valore assoluto di 38,3 miliardi di euro senza considerare i costi assunti, per varie ragioni, direttamente dalle famiglie;

    –   la spesa per i farmaci erogati è aumentata dal 2002 al 2019 di quasi 1miliardo di euro assumendo un consistente peso sulla complessiva spesa sanitaria: dal 3,3% del 2002 al 9,8% del 2019, senza considerare la porzione di spesa che si abbatte sulle famiglie. In Italia vengono consumati circa 2000 farmaci al  giorno/1000 abitanti, cioè circa due dosi giornaliere per ogni cittadino,  pari ad una spesa pro-capite di circa 500 euro annui: 11,5 miliardi a carico dello Stato, il resto a carico dei cit­tadini. I consumi maggiori risultano nelle regioni meridionali;

–      Il Sistema Sanitario italiano assicura il diritto di ottenere assistenza in Strutture sanitarie di Regioni differenti da quella di residenza. In tal modo si realizza una mobilità sanitaria fra Regioni diverse: la mobilita’ attiva svolta dalla Regione che effettua le prestazioni, la mobilita’ passiva subita dalla Regione da cui il cittadino-malato si è allontanato pur risultandovi residente e pertanto assistibile. Questa situazione viene sanata dalle compensazioni finanziarie tra le due Regioni coinvolte per quanto concerne ricoveri ospedalieri e di day hospital, medicina generale, specialistica ambulatoriale, farmaceutica, cure termali, somministrazione diretta di farmaci, trasporti con ambulanza ed elisoccorso. Nel 2019 il valore della mobilita’ sanitaria è ammontata a quasi 5 miliardi ( Conferenza delle Regioni e delle Province autonome).  Fra le Regioni che vantano una maggiore capacita’ di attrazione la Lombardia e l’Emilia-Romagna, che assommano il 40% della mobilita’ attiva, e in genere le grandi Regioni del Nord. È chiaro che questa situazione sia foriera di indebitamenti, squilibri, disomogeneità nell’assistenza e di ulteriori impegni economici ed organizzativi per le famiglie. Ancora una volta si dimostra come la ricchezza, anche nell’ambito sanitario, segua la via del Nord e si allontani dal sud del Paese creando sperequazioni che si riflettono sul prestigio delle Istituzioni e il senso dell’unità nazionale fondata sulla solidarietà. Infatti, non soltanto la Regione perde denaro e credibilità, ma anche le famiglie rischiano di indebitarsi facendosi carico di costi difficilmente stimabili per i viaggi della “speranza”, i soggiorni, le assenze dal lavoro, la discontinuità impressa dal proprio ambiente usuale, ecc.

In conclusione, è necessario che Politica e Istituzioni prendano atto che la strategia sanitaria a posteriori, quasi del tutto incentrata su diagnosi e cura e fino a questo momento perseguita, conduce a distorsioni culturali, errori progettuali e ad incompatibilità economico-sociali che mettono a repentaglio il patto sociale e il prestigio delle stesse Istituzioni democratiche.

* Già docente di Chirurgia presso l’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali Bellaria e Maggiore di Bologna

Vivere a Berlino di Franco Di Giangirolamo – 10 novembre 2020

Fotostreet Alexanderplatz Berlin – foto gierre 

 

10.11.2020

Passata la Festa della Unificazione tedesca e la Commemorazione della Notte dei cristalli, ambedue obbligate al “sottotono“ dalla stretta di novembre contro il coronavirus, politica e scienza si affannano a valutare i primi effetti delle decisioni assunte dalla Cancelliera, con tutti i dubbi, che debbono attendere almeno altre due settimane per essere “sciolti“. Mutti aveva detto che i provvedimenti avrebbero dovuto essere anticipati ma che sarebbe stato deleterio perdere la sintonia con l’opinione pubblica, che si lascia convincere meglio quando i numeri sono alti. C’è chi pensa che la decisione “posticipata“ sia stata condizionata dal Natale e Capodanno che tutti vorrebbero celebrare il più possibile secondo la tradizione e, di conseguenza, con numeri da epidemia floscia, da curve appiattite che permettano un “go“, dopo lo “stop“. In ogni caso l’effetto delle nuova stretta si vede e pare che i berlinesi, a parte alcune categorie economiche, l’abbiano presa “da prussiani“.

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