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Le due ordinanze in commento benché non trovino fondamento normativo nelle norme introdotte dal cd. decreto Salvini, ne condividono senz’altro l’opzione securitaria, perseguita con parossismi punitivi ai limiti del surreale. Il commento analizza le numerose criticità delle ordinanze, tanto in prospettiva di legittimità costituzionale, che in chiave politico-criminale.

 

di Carlo Ruga Riva
professore associato di diritto penale, Università degli studi di Milano-Bicocca

 


L’ordinanza della Prefettura di Bologna, 20 dicembre 2018

L’ordinanza della Prefettura di Firenze, 9 aprile 2019

1. Premessa

Due recenti ordinanze prefettizie di contenuto analogo hanno conquistato gli onori della cronaca [1].

La prima, emessa dal Prefetto di Bologna il 23 maggio 2018, vieta per sei mesi lo «stazionamento» in determinate aree della città ai soggetti «che ne impediscano l’accessibilità e la fruizione con comportamenti incompatibili con la vocazione e la destinazione di tali aree» [2], considerando «responsabile di tali comportamenti chiunque sia stato denunciato dalle forze di polizia per il compimento di attività illegali nell’area in questione in materia di stupefacenti ai sensi degli artt. 73,74 DPR 309/’90, in materia di reati contro la persona ai sensi degli artt. 581, 582, 588, 590 c.p. o in materia di danneggiamento di beni ai sensi dell’art. 635 c.p. ovvero sia stato destinatario di contestazioni di violazioni della normativa che disciplina l’esercizio del commercio su aree pubbliche di cui agli artt. 28 e 29 del Decreto Legislativo n. 114/1998».

Si aggiunge poi che «sarà parimenti ritenuto responsabile di comportamenti incompatibili chiunque sia identificato in compagnia di uno dei soggetti destinatari delle denunce di cui al periodo precedente».

La seconda ordinanza, emessa del Prefetto di Firenze il 9 aprile 2019 [3], vieta per tre mesi lo stazionamento in talune aree cittadine negli stessi identici termini e per le stesse categorie di soggetti già messi nel mirino dall’ordinanza bolognese (esclusi gli “accompagnatori” dei denunciati), secondo un meccanismo di replica del divieto già sperimentato nella affine stagione delle ordinanze sindacali sulla sicurezza urbana [4].

Infine, entrambe le ordinanze dispongono l’allontanamento dei predetti soggetti e, in caso di violazione dell’ordine di allontanamento, minacciano l’applicazione delle sanzioni penali previste dall’art. 17 del TULPS e/o dell’art. 650 cp.

I provvedimenti in commento si prestano a diverse critiche: dal punto di vista dei presupposti di adozione dell’ordinanza e dell’incidenza sul diritto costituzionale e convenzionale di libertà di circolazione (par. 2), dei suoi contenuti (par. 3) e, più in generale, si prestano ad una lettura critica dal punto di vista latamente politico-criminale (par. 4): perché di questo si tratta, al di là dello strumento formale impiegato (amministrativo), ovvero della stigmatizzazione tramite ostracismo di soggetti presuntivamente pericolosi, i quali come ai tempi dell’Antica Grecia sono allontanati da certi luoghi, anche se, là, la decisione era presa da un’assemblea di cittadini con almeno sei mila votanti, e non da un unico soggetto.

Inoltre verranno analizzati i punti di contatto e di contrasto con la disciplina, invero eterogenea, delle misure personali di prevenzione (par. 5), e si dedicheranno alcune rapide riflessioni alle sanzioni penali minacciate in caso di inosservanza delle ordinanze prefettizie (par. 6)

2. I presupposti delle ordinanze

Il primo rilievo riguarda l’impiego di ordinanze prefettizie in un ambito (quello della sicurezza urbana) che dal 2008 ad oggi, attraverso vari interventi normativi, ha attribuito ai sindaci e ai consigli comunali (tramite Regolamenti di polizia urbana) specifici e penetranti poteri nella medesima materia.

Le due ordinanze prefettizie contingibili e urgenti scavalcano dunque i poteri sindacali, mediante l’impiego di un potere residuale che viene esplicitamente fondato sull’art. 2 del TULPS, vecchio arnese del 1931 che in linea con i tempi offriva uno strumento incisivo poggiante su requisiti di totale vaghezza: «Il prefetto in caso di urgenza o per grave necessità pubblica, ha facoltà di adottare i provvedimenti indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica».

La Corte costituzionale, con sentenza n. 26/1961, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del citato articolo nella parte in cui attribuisce ai prefetti il potere di emettere ordinanze senza il rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico.

Ebbene, i provvedimenti in esame pongono più di un dubbio sulla loro conformità ai principi dell’ordinamento giuridico, sia in relazione ai presupposti di adozione che alla coerenza e proporzione tra requisiti e scopi.

In primo luogo dagli stessi preamboli non traspare l’attualità (e dunque la contingenza) della necessità e urgenza di intervento: l’ordinanza bolognese del maggio 2018 dà conto della precedente (circoscritta al parco della Montagnola) che avrebbe dato ottimi risultati, sicché si tratterebbe di stabilizzarli per il futuro: …«condivisa l’opportunità di una proroga della validità dell’ordinanza in esame, riferita all’area del parco della Montagnola, al fine di consentire una stabilizzazione degli effetti prodotti, nelle more dell’adozione del regolamento comunale attuativo del d.l. n. 14/2017 convertito in l. n. 48/2017».

L’ordinanza fiorentina punta anch’essa, in larga parte, a prevenire illegalità future, espressamente ipotizzate in riferimento alla vicina stagione estiva e al prevedibile aumento dei flussi turistici.

In secondo luogo le ordinanze prefettizie scavalcano i poteri dei sindaci, previsti dagli art. 50 e 54 TUEL proprio per gli stessi scopi (tutela della sicurezza urbana da comportamenti che impediscano l’accesso o la fruizione a luoghi determinati di cui all’art. 9 legge 48/2017), e per altri versi scavalcano il potere del Questore di disporre il divieto di accesso a determinati luoghi (art. 10 dl n. 19/2017, conv. in legge n. 48/2017), ovvero suppliscono con uno strumento generale (e generico!) a discipline speciali e specifiche.

In terzo luogo, per le ragioni che illustreremo più diffusamente oltre (infra, 3), le ordinanze in commento presentano incongruenze eclatanti tra presupposti e scopi, nella misura in cui equiparano la mera preesistenza, anche nel lontano passato, di denunce penali o addirittura di contestazioni per illeciti amministrativi a comportamenti che attualmente impediscono l’accesso a o la fruizione di determinati luoghi, confondendo i fatti con i precedenti di polizia e, si potrebbe dire, lo stato di diritto con quello di polizia.

In altre parole le ordinanze sono irragionevoli in sé, nella parte in cui impediscono la circolazione in determinate aree a persone che non tengono alcun comportamento ostile o minaccioso, ma che vengono reputate pericolose (per quei luoghi e non per altri della stessa città) in quanto raggiunte, anche dieci o venti anni prima, da una denuncia, magari archiviata.

La funzione delle ordinanze, come viene del resto scritto nelle medesime, è di fungere da provvedimento-ponte verso l’emanazione di regolamenti comunali di polizia urbana, exart. 9, comma 3 legge n. 48/2017, che appunto prevedano la tutela di determinate aree cittadine.

Se non che tali provvedimenti potrebbero non essere emanati, o avere contenuto notevolmente diverso, e saranno comunque espressione della discussione più democratica in consiglio comunale, anziché della decisione di un uomo (o di una donna) soli al comando.

Il prefetto funge dunque da volano di accelerazione di provvedimenti che potrebbero essere presi in futuro in modo più stabile da altri.

In questo senso il prefetto opera da cinghia di trasmissione del Governo, secondo il suo inquadramento tradizionale, e sopperisce alle lungaggini democratiche sottese all’emanazione dei regolamenti comunali.

Ancora una volta, come per le ordinanze sindacali rispetto ai regolamenti comunali, si assiste al prevalere del decisionismo di organi monocratici rispetto a meccanismi più democratici rimessi a organi collegiali, in linea con lo spirito dei tempi.

Sul piano politico è notevole che le citate ordinanze, comunque le si valuti nel merito, siano state prese a modello dal Ministro dell’interno, segretario di un partito che per anni ha chiesto addirittura l’abolizione della figura del prefetto, longa manus dell’odiato potere centrale, e che oggi lo stesso Ministro plauda allo scavalcamento delle autonomie locali e dei loro rappresentanti da parte dei prefetti.

Sul piano costituzionale rinvio ai contributi degli esperti, che non mancheranno di analizzare la problematica compatibilità delle ordinanze con gli artt. 13 e 16 Cost.

Mi limito solo ad osservare che la finzione giuridica posta a base delle ordinanze in commento è chiaramente irragionevole e sproporzionata per eccesso rispetto allo scopo (di tutela della sicurezza urbana); chi passeggia pacificamente per le vie di una zona rossa dovrebbe esserne allontanato (o non entrarvi per mesi) sol perché in precedenza, magari dieci anni prima, è stato denunciato (!), ad esempio per avere causato percosse o lesioni colpose, e magari esserne stato poi scagionato.

Sul piano della legalità convenzionale le ordinanze in commento appaiono in contrasto con l’art. 2 Protocollo 4 Cedu, data la vaghezza della base legale (il citato art. 2 TULPS) e della sua necessità in una società democratica [5], in considerazione della sproporzione tra il diritto sacrificato (la libertà di circolazione) e gli elementi posti a fondamento della restrizione (mere denunce per fatti di scarso spessore offensivo, anche risalenti nel tempo, in una epoca in cui non erano prevedibili le conseguenze oggi minacciate).

3. Geografia e sociologia delle ordinanze

L’ordinanza fiorentina è rivolta a coloro che siano stati denunciati nel comune di Firenze per i reati di cui agli artt. 73 e 74 dPR 309/1990, 581, 582, 588, 590 e 635 cp ovvero siano stati destinatari di contestazioni di violazioni della normativa che disciplina l’esercizio del commercio su aree pubbliche di cui agli artt. 28 e 29 del decreto legislativo n. 114/1998.

Non dunque a coloro che siano stati denunciati altrove (ad esempio a Prato o a Bologna), e nemmeno a coloro che siano stati querelati da privati per taluni di quei reati procedibili a querela (ad esempio lesioni dolose lievi o lesioni personali colpose).

Analogamente e ancor più specificatamente l’ordinanza bolognese riguarda i soggetti denunciati nelle zone rosse (non nel più ampio territorio comunale bolognese).

Il catalogo dei reati «presupposto» è curioso: compaiono reati contro la persona non particolarmente gravi (percosse, lesioni dolose e colpose, rissa), un reato contro il patrimonio (danneggiamento) e due reati in materia di stupefacenti (spaccio e associazione finalizzata al traffico, purché radicata a Firenze!), e perfino un illecito amministrativo (commercio non autorizzato), ma mancano reati altrettanto o più gravi: omicidio volontario e preterintenzionale, omicidio colposo, violenza sessuale, stalking, estorsione, truffa, associazione di tipo mafioso etc., oltre a tutti i reati tipici dei colletti bianchi.

...continua a leggere "Il prefetto, il brutto e il cattivo: prove atecniche di neo-ostracismo. Ordinanze prefettizie sulle zone rosse e diritto penale “Google Maps”"

COMUNICATO STAMPA
24 maggio 2019
Un’altra morte sul lavoro che getta nello sgomento tutti e che deve interrogare le istituzioni le aziende e la tutta la società.
Oggi un lavoratore di 52 anni dipendente di un’azienda di trasporti di latte ha perso la vita mentre stava compiendo delle attività di carico/scarico del prodotto in località Montanaso Lombardo.
La Flai Cgil, la Filt Cgil e la Camera del Lavoro chiedono si faccia chiarezza sulle dinamiche, ma una cosa è certa: se le norme e le procedure di sicurezza sono state adottate, le stesse non sono state sufficienti a scongiurare questo gravissimo episodio, un dramma che ci porta ancora ad interrogarci sulle condizioni di lavoro nel nostro Paese e sul nostro territorio.
Garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro, deve essere la priorità assoluta delle imprese, dei preposti ma soprattutto della politica nei diversi livelli. Basta con i proclami e le solite prese di posizioni di facciata! Occorre intervenire concretamente sulla sicurezza nei luoghi di lavoro

Tante sono le domande che devono avere risposta, oggi è il giorno della rabbia, dello sgomento e delle domande per come ancora poco si investe sulla sicurezza, dove sempre più spesso si antepone il profitto e la contrazione dei costi che spingono i lavoratori a massimizzare i tempi. La Flai Cgil, la Filt Cgil e la Camera del Lavoro di Lodi chiedono che vengano maggiormente investite risorse per la formazione, per la prevenzione degli infortuni e sulla sicurezza in generale; che vengano riviste le normative sul lavoro per tornare a dare certezze ai lavoratori che per guadagnare un salario onestamente non devono rischiare la vita. Esprimiamo cordoglio alla famiglia e chiediamo vengono accertate tutte le responsabilità dell’accaduto; perché se è vero che come dice la nostra Costituzione, la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro; non si deve e non ci si può permettere di avere un lavoro a discapito della sicurezza.

Flai Cgil Lodi
Filt Cgil Lodi
Camera del Lavoro Lodi

 

FONTE AFEVAEMILIAROMAGNA 

Si è concluso il processo di Primo grado presso il tribunale di Torino a Stephan Schmidheiny  padrone della ETERNIT: condannato a 4 anni per omicidio colposo e l’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici, per la morte di due lavoratori dello stabilimento ETERNIT di Cavagnolo.

Schmidheiny dovrà versare una provvisionale di 15mila euro alle parti civili, tra cui la Regione Piemonte, la CGIL Piemonte e AFeVA.

Leggi la sentenza del processo

Leggi il Comunicato di AFeVA Casale Monferrato

Sette anni di carcere era stata la richiesta del Pubblico Ministero Gianfranco Colace. La difesa dell’imputato ha dichiarato che dopo la lettura delle motivazioni della sentenza, impugnerà il provvedimento di condanna in Corte d’appello.

Gli altri processi che vedono imputato Schmidheiny ,nei quali è stato spacchettato il processo ETERNIT BIS sono: Vercelli, Reggio Emilia e Napoli

Soddisfatta la CGIL Piemonte per la decisione del giudice, la esprime Nicola Pondrano,  dirigente sindacale della CGIL e fra i fondatori dell’Associazione familiari e vittime dell’amianto (Afeva): “È un segnale debole, ma va nella direzione auspicata. È la prima sentenza che indica la responsabilità di Schmidheiny su due casi”. Per Bruno Pesce, Afeva: “è una condanna mite, ma importante perché lo Stato afferma che non si uccide la gente per soldi”.
Giuliana Busto la presidente di Afeva: “dopo la botta della Cassazione, anche una condanna minima è un inizio che dà speranza”.

E’ ancora nella nostra memoria la sentenza della Corte di Cassazione che nel 2015 aveva annullato la condanna a 18 anni del manager svizzero accusato di disastro ambientale doloso permanente e omissione di misure antinfortunistiche.

 

Leggi altri articoli sui processi ETERNIT.

Dal sito AFeVA di Casale Monferrato: La vertenza ETERNIT

ETERNIT, IL MAXIPROCESSO CHE CAMBIÒ LA STORIA

Processo ETERNIT BIS

Dal sito AFeVA Emilia Romagna:        ETERNIT: sentenza Corte di Cassazione – 4 i processi per omicidio colposo (aggravato) – Continua la richiesta di GIUSTIZIA

ETERNIT-BIS: derubricata la responsabilità di Schmidhney ad omicidio colposo, demolito il processo unico

   Il nuovo processo Eternit del tribunale di Torino contro Stephan Schmidhney può continuare.

PROC. ETERNIT – 31 MAGGIO 2016 : CORTE COSTITUZIONALE – DEL. CGIL NAZIONALE – AFEVA ER – AFEVA CASALE M.

 

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FONTE : ARPAE.IT CHE RINGRAZIAMO 

(23/05/19)

Non è questione di simpatie o antipatie. Il fenomeno mediatico Greta Thunberg ha avuto l’innegabile merito di dare visibilità a quella che andrebbe considerata la questione ambientale più importante dell’epoca in cui viviamo, a livello globale come a livello locale. E che fino a oggi non è ancora riuscita a catturare l’attenzione che meriterebbe, nonostante lo sforzo di scienziati, divulgatori e (pochi) politici per evidenziare l’enorme impatto che il riscaldamento globale avrà sugli ecosistemi, sulle infrastrutture umane e sulle società, se non si prenderanno urgentemente provvedimenti efficaci.

Greta non è certo la prima voce “scomoda” che si fa sentire in un consesso internazionale, puntando il dito contro chi ha la possibilità di prendere decisioni politiche coraggiose. La novità è nel fatto che la ragazza svedese, con la sua costanza e le sue parole chiare e dirette, è riuscita a trascinare molti giovani (e non solo) in un’azione collettiva di indignazione e richiesta di interventi urgenti per scongiurare la catastrofe climatica.

Non sappiamo quanto questo movimento continuerà ad agire e quanto riuscirà a incidere sulle decisioni concrete, ma senza dubbio sta contribuendo ad aumentare la consapevolezza sulla situazione, nonostante le critiche che arrivano da più parti e il talvolta feroce scontro che accompagna il dibattito su questo argomento.

...continua a leggere "L´editoriale di Stefano Folli, direttore della rivista Ecoscienza, per il n. 2/2019; nello stesso numero altri articoli su meteo e clima."