Autore:i Sayid Marcos Tenório
Fonte : Znetwork
Le rivelazioni di +972 Magazine e Local Call hanno portato alla luce il nocciolo più oscuro della guerra contemporanea a Gaza, in cui il genocidio viene perpetrato non solo con bombe e missili, ma anche con dati, algoritmi e piattaforme digitali globali.
Il sistema di intelligenza artificiale israeliano noto come Lavender ha confermato ciò che la resistenza palestinese, il Libano e l’Iran denunciano da anni: la tecnologia come parte integrante della macchina da guerra sionista, che funziona come strumento di sorveglianza, selezione degli obiettivi e sterminio di massa.
La retorica liberale della “privacy digitale” crolla di fronte ai fatti. Applicazioni come WhatsApp insistono sulla promessa della crittografia end-to-end, ma nascondono l’essenziale, in cui i metadati valgono più dei messaggi.
La posizione geografica, le reti di contatto, i modelli di comunicazione e le affiliazioni di gruppo consentono di mappare la vita sociale di un intero popolo. A Gaza, questi dati sono stati incorporati in sistemi militari che trasformano le relazioni umane in criteri algoritmici di morte.
Lavender ha valutato praticamente l’intera popolazione della Striscia di Gaza, composta da oltre 2,3 milioni di persone, assegnando “punteggi di rischio” automatici. Il semplice fatto di essere inseriti in un gruppo WhatsApp, di mantenere contatti frequenti con qualcuno già contrassegnato o di mostrare schemi digitali considerati “sospetti” era sufficiente per essere inseriti nelle liste di esecuzione.
La supervisione umana è stata deliberatamente ridotta al minimo, a pochi secondi, con la consapevole accettazione di elevati tassi di errore. Intere famiglie sono state uccise nelle loro case, trattate come “danni collaterali accettabili” in un’equazione algoritmica che normalizza il massacro.
Non si tratta di una deviazione tecnica. È una politica di sterminio. Il diritto internazionale umanitario proibisce esplicitamente gli attacchi indiscriminati e richiede la distinzione tra civili e combattenti.
I sistemi che automatizzano decisioni letali, accettando in anticipo la morte di innocenti, costituiscono crimini contro l’umanità e rafforzano la caratterizzazione del genocidio come un processo razionalizzato e organizzato tecnologicamente.
Il meccanismo che sostiene questo modello è globale. Lo spionaggio del XXI secolo non si basa più sull’intercettazione dei messaggi, ma sul controllo degli ecosistemi digitali.
Le piattaforme private fungono da sensori permanenti della vita sociale planetaria, alimentando database accessibili a servizi di intelligence come il Mossad e la CIA, attraverso la cooperazione formale, la pressione legale o lo sfruttamento delle vulnerabilità. Ciò rappresenta una convergenza strutturale tra le grandi aziende tecnologiche, il complesso militare-industriale e l’apparato di sicurezza imperiale.
La Palestina è il laboratorio. In una dichiarazione ufficiale rilasciata durante la guerra, Hamas ha affermato sul suo canale Telegram che “l’occupante ha trasformato ogni strumento moderno in un’arma contro il popolo palestinese, usando la tecnologia per giustificare l’uccisione di civili e per nascondere il genocidio dietro termini tecnici” (traduzione libera).
La denuncia è chiara: Israele non sta conducendo una guerra contro i combattenti, ma contro l’esistenza stessa dei palestinesi, ora mediata da algoritmi.
L’Hezbollah libanese ha avvertito che questo modello fa parte di una guerra ibrida regionale, che combina sorveglianza digitale, sabotaggio tecnologico e attacchi selettivi.
Dopo l’attacco avvenuto in Libano nel 2024, che ha comportato l’esplosione coordinata dei cercapersone utilizzati dai suoi membri, Hezbollah ha dichiarato attraverso i canali istituzionali che “il nemico ha trasformato i dispositivi civili in strumenti di assassinio, dimostrando che la sua guerra non conosce limiti etici o umani” (traduzione libera). L’episodio ha rivelato un nuovo livello nella militarizzazione della tecnologia quotidiana.
Questo schema non è isolato. Indagini internazionali hanno già dimostrato l’uso ricorrente di spyware militari contro giornalisti, attivisti e leader politici in vari Paesi, spesso tramite smartphone ampiamente disponibili sul mercato globale.
Il messaggio è inequivocabile: ogni dispositivo connesso è un potenziale strumento di sorveglianza, controllo o morte quando inserito nella logica del potere imperiale.
I leader della Repubblica Islamica dell’Iran sono stati particolarmente espliciti. La Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha dichiarato in diversi discorsi che “il regime sionista è un tumore canceroso che utilizza gli strumenti più moderni per opprimere e massacrare i popoli”.
Le autorità iraniane sostengono che Gaza prefigura il futuro del dominio imperiale, in un mondo governato solo a livello retorico dalla sorveglianza algoritmica, dagli omicidi selettivi e dalle guerre “pulite”.
Il caso Lavender mette così a nudo il consolidamento di una necropolitica digitale. Gli algoritmi decidono chi vive e chi muore; le aziende forniscono l’infrastruttura; i servizi segreti operano nell’ombra; e il linguaggio tecnocratico cerca di normalizzare l’inaccettabile. Gaza sanguina affinché questo modello possa essere testato, perfezionato e poi esportato.
Denunciare questo meccanismo è un compito storico. Non si tratta solo di solidarietà con il popolo palestinese, sebbene tale solidarietà sia urgente e non negoziabile.
Si tratta di resistere a un mondo in cui i dati valgono più delle vite, in cui la tecnologia è al servizio del colonialismo e in cui il genocidio è presentato come una “decisione algoritmica”. Oggi è Gaza. Domani, chiunque osi resistere.
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