Torino, la violenza utile al potere per disarmare la democrazia e i diritti

Fonte :areaonline.ch  
Autore: Loris Campettiche ringraziamo

Immagini selezionate, piazze cancellate e una strategia politica che cerca lo scontro: ecco come il governo italiano lavora alla costruzione di uno stato di polizia

Ci sono fotografie che parlano, raccontano, emozionano, orientano. A volte scatenano violenza, a volte chiedono umanità, pace. A volte fanno ridere e a volte piangere. Anche i video parlano, naturalmente. Che cosa raccontano il video e la foto virale del poliziotto isolato, circondato e picchiato da alcuni manifestanti nerovestiti quando il grande corteo antigovernativo a sostegno del centro sociale Askatasuna e contro le politiche securitarie era concluso e cinquantamila giovani, meno giovani, donne, mediattivisti, fotografi stavano scappando dai manganelli e dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo dalla polizia? Dicono molte cose. Innanzitutto il rovescio di una “normalità” che vede ormai quotidianamente (e nella stessa manifestazione di Torino) persone isolate, accerchiate, picchiate e arrestate dalle forze dell’ordine. Dice che mille cosiddetti black block con una violenza priva di senso hanno contribuito a oscurare 49mila cittadini democratici antifascisti, come volevano partiti e media di regime. Dicono, video e foto, che mancano tutte le altre foto e i video che dimostrano l’incapacità di gestione dell’ordine pubblico come denunciano i sindacati di polizia, o più probabilmente nascondono una premeditazione ordinata dall’alto e una violenza poliziesca con pallottole di gas sparate ad altezza d’uomo (e di carrozzina) e manifestanti isolati manganellati. Premeditazione, per alzare il livello dello scontro, invocare repressione, negare contesti e disperazione sociale, aggredire diritti sociali e civili, aumentare il numero dei reati e alzare le pene per quelli esistenti. Premeditazione per criminalizzare le opposizioni, strattonare i magistrati, picconare la Costituzione.

 

Tutto questo giustifica il pestaggio del poliziotto? Certo che no, va detto senza distinguo, perché assomigliare ai manganellatori in divisa? Ma anche senza ignorare il contesto completando il racconto di una giornata particolare. La polizia, per ordine del ministero degli Interni, doveva costruire le condizioni per dimostrare che è arrivata l’ora di trasformare uno zoppicante stato di diritto in uno stato di polizia, una democrazia costituzionale in una democrazia illiberale. A Torino l’ordine è stato eseguito. Quei mille che hanno preso la scena al termine della manifestazione democratica, niente a che fare con il terrorismo ma molto con i nerovestiti di Genova del G8 di 25 anni fa, dovrebbero valutare le conseguenze delle loro muscolari quanto cieche azioni, chiedersi se non sia anche colpa loro la crescita di un sentimento securitario nella società oltre che nella politica, non solo quella di destra. Picchiare un poliziotto isolato o dar fuoco a una camionetta aumenta la partecipazione popolare alle proteste o non fa invece crescere la paura, trampolino di lancio per svolte autoritarie? È possibile un’opposizione sociale non violenta alla deriva autoritaria delle nostre democrazie? È possibile, come hanno dimostrato le decine di barchette della solidarietà ai palestinesi della Global Sumud Flotilla e i milioni di giovani che a sostegno dell’azione umanitaria hanno riempito le piazze d’Italia e d’Europa, a braccia alzate, di giorno e persino di notte. La stragrande maggioranza di chi il 31 gennaio ha manifestato a Torino in difesa dei centri sociali e per l’agibilità democratica delle città e dei territori era nelle piazze per la Palestina, in quelle no Tav, in quelle antifasciste, in quelle a sostegno dei diritti dei migranti a partire dal diritto al soccorso in mare mentre solo a gennaio sono almeno mille i morti annegati nel Mediterraneo. O nelle piazze operaie in difesa del diritto a un lavoro dignitoso e del diritto a non morire di lavoro criminale, mentre in 1.500 nel 2025 sono morti per la mancata sicurezza sul lavoro. Ma la sicurezza di operai e migranti non è nelle agende del governo. Chi manifestava a Torino per l’Askatasuna aveva già manifestato in difesa di un diritto di sciopero reso quasi impraticabile dai decreti e dai pacchetti sicurezza targati Meloni. Restiamo umani è la parola d’ordine di un’opposizione forte, di massa, realistica, disarmata.

 

Sognando Minneapolis

Il governo cerca lo scontro in piazza, se serve il sangue o addirittura il morto. Finge di non vedere chi si veste di nero e fa sparare candelotti su chi è vestito di bianco, come a Genova 25 anni fa. Il ministro degli Interni Piantedosi ha spiegato bene le sue intenzioni: dopo la guerra ai rave, alle manifestazioni studentesche e a quelle operaie, annuncia un nuovo colpo grosso, per varare uno scudo che garantisca l’immunità agli uomini in divisa e nessuna iscrizione nel registro dei sospettati di reato contro i cittadini. Altro che targhetta identificativa sulla divisa per individuare i colpevoli di violenza gratuita come da anni chiedono le forze democratiche. Dice che siamo in guerra, il ministro, straparla di preparativi insurrezionali, vede terroristi dietro ogni fazzoletto posto sul volto per respirare tra i lacrimogeni. Piantedosi sogna Minneapolis e Meloni sogna Trump, perciò tutto dev’essere lecito alla polizia. È lecito che agenti della malfamata ICE siano presenti alle Olimpiadi sulla neve. Pretendono l’introduzione del fermo preventivo di polizia prima delle manifestazioni, quello mussoliniano quando i sospettati oppositori del governo venivano preventivamente arrestati prima di ogni iniziativa di regime. “Solo” per 12 ore, dice il generoso ministro, almeno per 48 rilancia Salvini. E siccome le manifestazioni talvolta degenerano in scontri, auto in fiamme, danni all’arredo urbano, riecco la proposta della Lega che prevede il pagamento di una cauzione da parte di chi organizza un corteo. Come dire: divieto di manifestare. Tutte norme incostituzionali che violano diritti stabiliti dalla Carta fondamentale dello Stato. Salta l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, salta il diritto allo sciopero e alla protesta democratica. Ancora una volta tocca al presidente Mattarella mettere un freno all’offensiva squadristica del governo. Dove non arriveranno questa volta riproveranno alla prossima.

 

Chi partecipa a manifestazioni che al termine degenerano è complice di “terroristi”, punto. La prova? “I manifestanti sedicenti pacifici aprivano gli ombrelli per impedire ai droni di identificare i violenti”. Alleanza Verdi Sinistra è messa in croce per la partecipazione di alcuni suoi esponenti alla grande manifestazione di Torino, tutta la sinistra o presunta tale, diciamo tutta l’opposizione è complice. E che dire dei magistrati inquirenti che hanno liberato due dei tre manifestanti arrestati e il terzo mandato ai domiciliari? Che i magistrati sono irresponsabili, remano contro l’ordine, vanno messi sotto il controllo del governo. Le stesse parole gravi, del resto, erano state pronunciate da Meloni, Nordio e Piantedosi contro gli inquirenti svizzeri che si occupano della strage di Crans-Montana quando i proprietari erano stati mandati ai domiciliari. Non è più tempo di presunzione d’innocenza o di indipendenza della magistratura. E l’invito ai cittadini somiglia a un ordine: al referendum sulla fine dell’indipendenza della magistratura votate sì.

 

A Torino la premeditazione del governo è iniziata con la chiusura del centro sociale Askatasuna che pure con il sindaco e l’amministrazione municipale avevano avviato un percorso condiviso per l’uso di un bene comune da ristrutturare, da decenni occupato e diventato punto di riferimento per il quartiere, i migranti, i giovani. In una città spaccata in due — tra ricchi sempre meno e poveri sempre più, tra integrati ed emarginati — era chiaro che quell’atto, rivolto anche contro il sindaco costretto a stracciare l’accordo con il centro sociale, rappresentava una ferita destinata a provocare reazioni, anche violente. A Milano era già stato sgomberato il Leoncavallo mentre il palazzo alle spalle della stazione Termini, occupato dai neofascisti di Casapound non si tocca. Quelli sono bravi ragazzi che si battono per la remigrazione, cioè per buttar fuori gli stranieri, il nemico numero uno. Chi sarà la prossima vittima del governo Meloni?

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