Dieci giorni per bruciare il pianeta: il costo climatico dell’1% più ricco

Fonte unimondo che ringraziamo

Grandi aziende e super-ricchi continuano a trarre profitto dalla crisi climatica, scaricandone i costi sulle popolazioni più vulnerabili 

Dieci giorni. È tutto ciò che basta all’1% più ricco del pianeta per bruciare la quota annuale di emissioni compatibile con un clima vivibile.Mentre la maggioranza della popolazione mondiale paga il prezzo della crisi climatica, una ristretta élite continua a vivere nel lusso, consumando risorse e alimentando il caos ambientale da cui trae profitto. I super-inquinatori sanno di essere responsabili, ma restano impuniti. La domanda, ormai, non è più se debbano pagare, ma quando.

Ed è per questo che Oxfam ha lanciato la petizione Make Rich Polluters Pay (Facciamo pagare i ricchi inquinatori”), una campagna attivata per cercare di ottenere giustizia climatica. La crisi climatica, infatti, non è solo una questione ambientale, ma anche profondamente sociale. I suoi effetti colpiscono in modo sproporzionato chi ha meno responsabilità storiche nelle emissioni di gas serra: persone che vivono in povertà, comunità indigene, popolazioni “non bianche”. Le disuguaglianze strutturali fanno sì che donne e giovani siano spesso i più esposti alle conseguenze di eventi climatici estremi, dalla perdita dei mezzi di sussistenza alla distruzione di interi territori.

Al contrario, una parte ridotta ma molto ricca della popolazione globale continua a trarre vantaggio da modelli economici basati sull’estrazione e sull’inquinamento, accumulando profitti mentre i costi ambientali e umani vengono scaricati sulla collettività. È questa asimmetria che alimenta la richiesta di un cambio di paradigma: chi ha contribuito di più alla crisi e ne ha beneficiato economicamente dovrebbe assumersi una quota maggiore dei costi per affrontarla.

Secondo Oxfam, le risorse per rispondere all’emergenza climatica esistono già. Tassare in modo equo i grandi inquinatori e le grandi ricchezze permetterebbe di mobilitare i fondi necessari per sostenere le comunità più colpite, rafforzare la capacità di adattamento ai cambiamenti climatici e investire in una transizione ecologica giusta.

Ma chi sono i principali responsabili dell’inquinamento climatico? La responsabilità della crisi climatica è fortemente concentrata nelle mani delle persone, delle imprese e dei Paesi più ricchi, che detengono una quota sproporzionata delle emissioni globali e, di conseguenza, del cosiddetto debito climatico. Circa la metà delle emissioni di carbonio legate ai combustibili fossili è riconducibile alla produzione di sole 36 aziende secondo l’ultimo aggiornamento del 2003 del Carbon Majors Report di InfluenceMap; al primo posto figura Saudi Aramco (Arabia Saudita), responsabile di circa il 4,4 % delle emissioni globali, seguita da Coal India (India, 3,7 %) e dalla cinese CHN Energy (3,6 %), mentre tra le grandi società a capitale privato ExxonMobil (USA), Chevron (USA), Shell (Regno Unito/Paesi Bassi), TotalEnergies (Francia) e BP (Regno Unito) insieme incidono per diversi punti percentuali; nel gruppo compaiono anche altri nomi significativi come Gazprom (Russia) e la brasiliana Petrobras, e perfino l’italiana ENI.

Per decenni, le grandi multinazionali del petrolio, del carbone e del gas hanno diffuso disinformazione sul cambiamento climatico e fatto pressione sui governi per mantenere modelli economici dipendenti dai combustibili fossili. Nello stesso periodo hanno beneficiato di miliardi di dollari in sussidi pubblici e, con l’aumento dei prezzi dell’energia, hanno registrato profitti record.

Anche sul piano individuale la sproporzione è evidente. Dalla metà degli anni Novanta, l’1% più ricco della popolazione mondiale ha prodotto il doppio delle emissioni rispetto alla metà più povera dell’umanità. Attraverso i loro investimenti, i miliardari generano livelli di emissioni fino a un milione di volte superiori a quelli di una persona media. Un peso decisivo ricade, infine, sui Paesi ad alto reddito, responsabili di oltre il 90% delle emissioni in eccesso. La loro ricchezza si è costruita in larga parte sull’estrazione di risorse e sullo sfruttamento dei Paesi del Sud globale, una eredità storica che continua a influenzare le cause e gli effetti della crisi climatica attuale. Oxfam stima che le emissioni annuali dell’1% più ricco potrebbero causare 1,3 milioni di morti legate al calore e fino a 44 trilioni di dollari di perdite climatiche entro il 2050, in gran parte nei paesi vulnerabili meno responsabili della crisi.

La COP30 svoltasi in Brasile si è rivelata una profonda delusione. Nonostante l’urgenza climatica e le promesse solenni, i governi hanno fallito nel presentare piani nazionali all’altezza della crisi e nel garantire i finanziamenti necessari per una transizione energetica giusta. Ancora una volta, gli interessi dei combustibili fossili e dei Paesi più ricchi hanno prevalso, lasciando il mondo più lontano dagli obiettivi dell’Accordo di Parigi e milioni di persone più esposte agli impatti della crisi climatica.

Il tempo per ridurre drasticamente le emissioni globali sta per scadere: senza un passaggio rapido dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, le conseguenze saranno catastrofiche. Nel 2023 è stato istituito un fondo per risarcire le comunità in prima linea, ma oggi servono almeno 400 miliardi di dollari l’anno per farlo funzionare. Allo stesso tempo, il divario nei finanziamenti per l’adattamento climatico deve essere colmato subito: secondo l’UNEP, il Programma ONU per l’Ambiente, servono 387 miliardi di dollari l’anno per aiutare le comunità a resistere agli impatti della crisi.

Non ci sono più scuse: agire ora è l’unica via per un futuro vivibile.

Miriam Rossi

25/1/2026 https://www.unimondo.org/

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