Autore: Loris Campetti che ringraziamo
Fonte: Volere la Luna
C’è un’Italia che ritiene molto più importante spendere i soldi pubblici provenienti dalle sue tasse per garantire un’assistenza sanitaria gratuita ed efficiente a tutti i cittadini e le cittadine piuttosto che per riempire di missili, droni e carri armati gli arsenali. È un’Italia maggioritaria, tra i votanti e i non votanti, che ha fatto suo il pilastro su cui si regge la Costituzione da ottant’anni, il ripudio della “guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Per motivi etici e materiali “ripudia la guerra”. L’Italia è un paese tradizionalmente cattolico e la Chiesa di Roma ha capito, grazie soprattutto all’impegno appassionato di papa Francesco, che questo popolo di pace va ascoltato, incoraggiato, persino spronato e rieducato nei momenti bui in cui le certezze pacifiste tentennano sotto il “tintinnar di sciabole” dell’orda militarista.
I vescovi all’opposizione L’ultima riunione della Cei (la Conferenza episcopale italiana, assemblea permanente dei vescovi presieduta da Matteo Maria Zuppi) ha preso una posizione talmente netta contro la guerra e il riarmo che per il presidente di Pax Christi, monsignor Giovanni Ricchiuti, si può dire che “la Cei è all’opposizione del Governo italiano e dell’Unione europea”. Il titolo della nota pastorale approvata a grandissima maggioranza dai vescovi fa proprie le parole del compianto papa argentino: “Educare a una pace disarmata e disarmante”. La Cei dunque non si limita ad auscultare i battiti del cuore del proprio gregge ma va oltre, ascolta e analizza l’agire politico dei governanti e ne svela le finalità che vanno nella direzione opposta a quella impressa dai padri costituenti dell’Italia postfascista.
Così come la Cei, anche Giorgia Meloni e i suoi cavalier serventi conoscono i sentimenti degli italiani, sanno che la guerra per “troppi e troppe” resta ancora un tabù. Per questo il Governo delle destre ha lanciato una grande campagna di “rieducazione” del popolo con l’intento di affermare una nuova cultura, nazionalista (la chiamano patriottica), virile, guerresca. Insegnano il presentat-arm ai più piccoli, quelli delle scuole primarie per salire su su fino alle università. Dall’Alternanza scuola-lavoro che ha aperto le porte delle superiori e degli atenei alle industrie si sta passando a quella che potremmo chiamare alternanza scuola-caserma. Nella prima si sfruttano gli studenti in uffici e officine con la scusa di prepararli al lavoro futuro, e sono oltre 53mila gli infortuni dei ragazzi e delle ragazze registrati nei primi 11 mesi dell’anno in corso, addirittura 7 i decessi, uno in più rispetto allo stesso periodo del 2024. Nella seconda alternanza, quella bellica, non si insegna ai ragazzi a montare le ruote delle berline ma i cingolati dei carri armati, a smontare e pulire le armi.
Studenti in caserma, ufficiali in classe. Se non sono i ragazzi ad andare in caserma sono gli ufficiali in mimetica a entrare nelle classi e tenere corsi di indottrinamento per formare futuri combattenti. Il ministro della difesa Guido Crosetto sta preparando un disegno di legge per infrangere un altro tabù: il ritorno alla naja, per il momento si tratterà di leva volontaria (un ossimoro) per formare una riserva di 10mila combattenti perché il rischio di guerra, dice, è nelle cose e le nostre forze armate devono arrivarci in condizioni competitive. È bastato che tedeschi e francesi lanciassero l’arruolamento volontario perché anche l’Italia scattasse sull’attenti battendo i tacchi. E come dicono dalle parti di Berlino, un domani, qualora ci trovassimo con il nemico alle porte, potrebbe essere necessario tornare alla leva obbligatoria che in Italia era stata sospesa, non abolita, il 5 gennaio del 2005.
La guerra a piazza del Popolo. La Brigata Paracadutisti “Folgore” e il Centro Addestramento Paracadutismo (Capar) di Pisa invitano studenti e scuole per eventi, giornate di orientamento e celebrazioni storiche come l’anniversario della battaglia di El Alamein, quella combattuta nel 1942 proprio dalla Folgore, punta di lancia di un’Italia in guerra al fianco dei nazisti. Organizzano open day e conferenze per “promuovere i valori delle Forze armate”. Iniziano a indottrinare anche i bambini delle elementari, invitandoli alle esposizioni di arsenali bellici nelle piazze italiane. Fa una certa impressione, in una piazza del Popolo a Roma invasa ora da carri armati, ora da aerei militari, vedere scolaresche accompagnate dai maestri o ragazzini e ragazzine con i genitori entusiasmarsi seduti al posto di guida di un blindato o un velivolo tricolore. È l’educazione patriottica.
Un recente casus belli è stato scatenato dal capo di stato maggiore dell’esercito Carmine Masiello, affiancato con fiero cipiglio dal ministro Piantedosi e da Giorgia Meloni in persona, offesi a morte dal niet della più antica università europea – l’Alma Mater di Bologna – alla pretesa dell’Accademia militare di Modena che venisse attivato un corso di filosofia “esclusivo” per allievi ufficiali. La risposta è stata netta: l’Università di Bologna “non ha mai negato né rifiutato l’iscrizione a nessuna persona. Chiunque sia in possesso dei necessari requisiti può iscriversi liberamente ai corsi di studio dell’Ateneo, comprese le donne e gli uomini delle Forze armate”. È toccato all’Università di Modena correre ai ripari facendosi carico del corso preteso per tacitare i guerrieri del Governo e della scuola militare.
Sbilanciamoci! contro il riarmo. I rischi della tendenza alla guerra insiti nelle politiche economiche, sociali e culturali del Governo non sfuggono a chi da anni in occasione della manovra economica presenta una “controfinanziaria”. “Sbilanciamoci!”, forte dell’adesione e del lavoro di 55 associazioni critica aspramente la legge di bilancio, basata sul risparmio forzato ai danni dei ceti più fragili e sulla crescita delle diseguaglianze per mettere da parte un congruo gruzzoletto da destinare al riarmo, un centinaio di miliardi nei prossimi anni per obbedire agli ordini della Nato che pretende investimenti fino al 5% del Pil. I punti centrali di una “controfinanziaria da 55 miliardi a costo zero” ruotano intorno a un’economia di pace: “No alla leva e al riarmo, sì al corpo di pace, no al Ponte sullo stretto ma riassetto dei territori senza consumo di suolo, tasse su super ricchi ed extra profitti bellici, no ai Cpr (Centri permanenza per i rimpatri, magari in Albania, ndr)”. In un paese segnato dal dissesto idrogeologico, frane, incendi, inondazioni, impegnare giovani volontari in un corpo di pace sarebbe una scelta coraggiosa e positiva, così come un minimo di umanità imporrebbe di insegnare ai ragazzi a salvare vite in mare invece che a caricare un cannone. Il fatto è che per Meloni i migranti sono il nemico, qui si rischia la sostituzione etnica, non lo dice anche Trump? Un nemico che si affianca a quello proveniente da est e non si può aspettare passivamente di vedere l’orso russo ballare sui resti violati del Colosseo. Il nemico, se non c’è, si inventa, è fondamentale per tenere stretto lo scettro del potere e ammutolire le opposizioni, a Tel Aviv come a Washington, a Mosca come a Roma.
