Salute planetaria: la lezione di Gaza

Andrea Ubiali

Fonte : Saluteinternazionale che ringraziamo

L’ONU ha riconosciuto quanto avviene a Gaza come genocidio. Questo processo può essere letto anche come la manifestazione estrema di dinamiche più ampie che contribuiscono alla distruzione di comunità umane e del pianeta che condividiamo. E’ la tesi  sostenuta da Andreas Malm, che mette in parallelo genocidio ed ecocidio, collegando la violenza sul popolo palestinese alla crisi ecologica globale.

Da anni le scuole di sanità pubblica insegnano a leggere la salute delle popolazioni attraverso il modello dedeterminanti sociali di salute (1). Secondo questo approccio, sul benessere delle persone intervengono due categorie di fattori (Figura 1): i determinanti biologici –  legati a corpo, genetica, sesso ed età – e quelli contestuali, che includono ambiente, istruzione, lavoro, cibo, acqua e condizioni di vita in senso ampio.

Figura 1: i determinanti sociali della salute. Fonte: Dahlgren e Whitehead 1993

La medicina occidentale si è sviluppata concentrandosi soprattutto sui determinanti biologici. Quando però si tratta di incidere sui fattori contestuali, la sua capacità d’azione è più limitata. Per questo l’OMS promuove l’approccio Health in all policies (2,3), che mira a collocare la salute al centro di tutte le politiche collettive. Solo una visione intersettoriale  permette di avvicinarsi al massimo livello di salute possibile.
Nonostante se ne discuta da tempo, mettere in pratica interventi realmente intersettoriali resta complesso. Il settore sanitario fatica ad agire oltre il proprio perimetro, e le collaborazioni con altri settori rimangono rare. Inoltre, rimane da chiarire cosa si debba intendere esattamente come “contesto di vita”, ovvero stabilire il confine del campo di analisi. Nel corso degli ultimi decenni si sono avvicendate diverse prospettive, come illustrato in Figura 2.

Figura 2. La salute e i molteplici modi di intenderla. Fonte: Forbes

La comprensione dei processi salute-malattia si è progressivamente ampliata: dalla public health, alla global health, fino ai modelli più recenti che riconoscono l’interdipendenza tra umani, non-umani (One-health) e processi planetari (planetary health).
Il peso relativo dei determinanti considerati in ciascun modello può variare nel tempo. Nell’epoca che stiamo vivendo –  l’Antropocene – sono soprattutto i determinanti planetari ad assumere un’importanza crescente. L’analisi dei limiti planetari lo evidenzia con chiarezza: nell’ultima valutazione del 2025, sette confini su nove risultano trasgrediti, segnalando una compromissione profonda dei processi che sostengono la vita (Figura 3).

Figura 3. Limiti planetari. Fonte: Stockholm Resilience Center, 2025

Questo quadro rende evidente l’urgenza di adottare il paradigma della planetary health. Rimane però una domanda cruciale: esistono esempi contemporanei che mostrino cosa significhi osservare la salute attraverso tutti i suoi determinanti, fino a quelli planetari?

Purtroppo sì. Da oltre due anni, sotto i nostri occhi, si consuma quella che può essere letta come una drammatica “lezione di salute planetaria al contrario”: il genocidio in corso a Gaza. Il caso di Gaza rappresenta un esempio estremo di esposizione simultanea a molteplici determinanti negativi di salute. E’ un caso-studio che può essere scomposto e analizzato a scopo didattico.

Per comprendere la portata di questa lezione, è utile descrivere brevemente il contesto.

La Striscia di Gaza è un territorio di 365 km2, affacciato sul Mediterraneo e confinante con Israele ed Egitto, dove vivono circa due milioni di persone (Figura 4).

Figura 4. La Striscia di Gaza.

La storia di Gaza è lunga, complessa e impossibile da sintetizzare qui. Per un approfondimento, si possono consultare i lavori dello storico israeliano Ilan Pappé (5,6).

Basti qui ricordare che la popolazione di Gaza è stata oggetto, nel corso della storia recente, di pulizia etnica, oltre cinquant’anni di occupazione e sedici anni di blocco via terra, aria e mare da parte di Israele. Queste condizioni rappresentano i principali determinanti che hanno condizionato la salute dei palestinesi negli ultimi decenni. Il Ministero della Salute palestinese, in un report del 2014, descriveva Gaza come una “emergenza cronica, acuta e principalmente di natura politica, che non può essere risolta se non attraverso soluzioni politiche” (7).

A questa condizione strutturale si sommano gli effetti della crisi climatica, che nella regione si manifesta con ondate di calore, siccità, desertificazione, innalzamento del livello del mare (8). Una popolazione già duramente colpita da condizioni estreme si è inoltre trovata, a partire da ottobre 2023, a subire un intervento sistemico volto a comprometterne ulteriormente la salute (Figura 5). Gaza non è solo un caso estremo dal punto di vista umanitario: è anche un esempio di come tutti i livelli dei determinanti — dal biologico al planetario — possano collassare simultaneamente.

Di seguito sono sintetizzate  le componenti della strategia israeliana a partire da ottobre 2023:

  • Il corpo. Il corpo dei palestinesi è stato colpito in modo sistematico. Armi da fuoco e bombardamenti hanno rappresentato gli strumenti principali degli attacchi. L’aspettativa di vita è crollata da 75,5 a 40,5 anni nei primi mesi del conflitto (9). A novembre 2025 il Ministero della Salute palestinese riportava quasi 70.000 morti e oltre 170.000 feriti (10), ma le stime dei decessi totali (diretti e indiretti) potrebbero essere da 3 a 15 volte superiori (11). Le vittime sono aumentate anche dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre (12). Molti sopravvissuti agli attacchi riportano amputazioni, disabilità permanenti e condizioni croniche (13-15). Agli attacchi armati si aggiungono torture fisiche e psicologiche (16,17). Le fasce più vulnerabili – bambini (18-20), donne (21,22) e anziani (23) – non sono state risparmiate; particolarmente gravi sono anche le violazioni dei diritti riproduttivi (24). L’83% delle vittime sono civili (25), con una perdita complessiva stimata di 3 milioni di anni di vita (26). La violenza lascia segni duraturi, iscrivendosi nella memoria collettiva con effetti transgenerazionali ampiamente documentati (27,28).

Figura 5. Morti e feriti al 7 ottobre 2025. Fonte: WHO, Health Cluster.

  • Sistemi sanitari. Numerosi studi hanno documentato la distruzione sistematica del sistema sanitario (29-35). Il pattern degli attacchi indica intenzionalità: ospedali, ambulanze e operatori sanitari sono stati colpiti non come “danni collaterali”, ma come obiettivi. Alla distruzione delle strutture si aggiungono carenze di elettricità, farmaci (36), dispositivi e autoveicoli. Gli operatori sanitari sono stati uccisi e sottoposti a tortura, colpiti per il loro ruolo simbolico, di cura e di testimonianza. Il collasso del sistema sanitario ha favorito la ricomparsa e la diffusione di malattie infettive, tra cui la poliomielite, assente da oltre 25 anni (37-41).
  • Cibo e acqua. Le risorse alimentari e idriche, già scarse prima del conflitto, sono precipitate in una situazione catastrofica. L’acqua è disponibile solo al 20% dei livelli pre-bellici; quella potabile è quasi irreperibile e acquistabile solo a prezzi elevati. Il sistema di distribuzione del cibo è stato smantellato, lasciando operative soltanto quattro postazioni, utilizzate come strumenti di pressione. La carestia ha raggiunto il livello 5 dell’IPC, una “catastrofe interamente causata dall’uomo, guidata da un conflitto prolungato, dal collasso sistematico della produzione alimentare e delle infrastrutture, e dall’accesso umanitario severamente limitato”. La produzione locale è stata resa quasi impossibile: terre agricole, flotta da pesca, serre e allevamenti sono stati distrutti (30, 42-46).
  • Infrastrutture. Le infrastrutture necessarie alla vita quotidiana (case, strade, scuole, edifici governativi e religiosi, servizi essenziali) sono state sistematicamente colpite. Gli attacchi sono avvenuti in orari che massimizzano le vittime: notturni nelle aree residenziali, diurni in quelle commerciali. La popolazione ha perso le abitazioni ed è stata costretta a sfollare ripetutamente (30, 47). Il ciclo evacuazione-riattacco ha prodotto una condizione di dislocamento permanente, annullando ogni possibilità di sicurezza. Le evidenze mostrano la costruzione di un nuovo sistema di controllo spaziale all’interno di Gaza, funzionale a una presenza militare prolungata.
  • Patrimonio culturale. Il patrimonio culturale, materiale e immateriale, è stato gravemente compromesso. Le reti sociali di resilienza sono state spezzate; le pratiche religiose interrotte; i leader religiosi uccisi; l’istruzione sospesa. Musei, biblioteche, archivi e siti archeologici sono stati distrutti. Anche il tessuto umano della cultura — artisti, artigiani, archeologi, scrittori — è stato decimato. I giornalisti indipendenti sono stati uccisi (48-51). Nel 2024, il 70% dei giornalisti uccisi nel mondo è morto in attacchi israeliani. Israele ha inoltre vietato l’accesso ai media internazionali
  • Finanza. La disponibilità di contante è stata quasi azzerata (52). Le banche sono state bombardate o chiuse; gli sportelli ATM distrutti; i trasferimenti e i prelievi bloccati. Le transazioni economiche sono paralizzate, aggravando la crisi umanitaria.
  • AmbienteIl mondo non umano è stato colpito da una violenza altrettanto sistematica e distruttiva di quella inflitta alle persone. Tra ottobre 2023 e febbraio 2024 sono state sganciate oltre 25.000 tonnellate di esplosivi. Le esplosioni hanno generato milioni di tonnellate di macerie, contenenti amianto, ordigni inesplosi, metalli pesanti e altri contaminanti. Le contaminazioni hanno colpito tutte le matrici ambientali, causando una drastica riduzione della vita non umana e configurando un quadro di ecocidio (53,54). Cinque dei sei impianti di gestione dei rifiuti solidi sono stati danneggiati, con accumuli quotidiani di rifiuti intorno ai campi e ai rifugi. La carenza di carburante costringe gli abitanti a bruciare legna, plastica e rifiuti, peggiorando la qualità dell’aria. Le emissioni prodotte dalle operazioni militari sono  comparabili a quelle annuali di interi Paesi.

Questo quadro mostra come tutti i determinanti della salute siano stati utilizzati come strumenti di distruzione sistemica. Come è stato possibile tutto ciò? I report di Francesca Albanese (55,56) evidenziano il ruolo cruciale di una cooperazione transettoriale e transnazionale. Stati terzi hanno fornito supporto politico-diplomatico, economico e militare al governo di Israele. Attori economici non governativi hanno alimentato quella che Albanese definisce l’”economia del genocidio”, con il coinvolgimento dei settori militare, tecnologico, immobiliare, dei trasporti, universitario e altri ancora. Anche la società civile internazionale ha spesso assistito in silenzio. Le istituzioni mediche globali non hanno assunto posizioni nette, mentre alcuni medici israeliani hanno  partecipato attivamente alle pratiche di tortura.

L’ONU ha riconosciuto quanto avviene a Gaza come genocidio (57). Questo processo può essere letto anche come la manifestazione estrema di dinamiche più ampie che contribuiscono alla distruzione di comunità umane e del pianeta che condividiamo. E’ la tesi  sostenuta da Andreas Malm, che mette in parallelo genocidio ed ecocidio, collegando la violenza sul popolo palestinese alla crisi ecologica globale (58). Malm ricostruisce le origini storiche di questo processo, risalendo alla metà del XIX secolo, con l’inizio della rivoluzione industriale e dell’economia basata sui combustibili fossili. Il primo caso documentato di uso militare del carbone risale secondo Malm al 1840, a partire dall’attacco britannico di Acri, in Palestina. Da allora il controllo delle risorse fossili ha plasmato il potere geopolitico, con il Medio Oriente al centro di questa dinamica. La Palestina ne configura la porta d’ingresso per l’Occidente, cruciale per il controllo delle  risorse della regione. E’ in questo senso che il genocidio palestinese rappresenta l’ultima fase di una storia lunga due secoli, alimentata da militarismo ed estrazione dei combustibili fossili.

La sofferenza del popolo palestinese diventa parte integrante di un sistema di sfruttamento che minaccia l’intero ecosistema globale e rivela il legame profondo tra guerra, crisi climatica e salute (59). Gaza è dunque l’occhio di un ciclone che rischia di inghiottire non solo una popolazione, ma il pianeta stesso.

Andrea Ubiali, Medico di sanità pubblica, Bologna.

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