SEMINARE DUBBI, NON RACCOGLIERE CERTEZZE

 

Fonte:  SMIPS che ringraziamo

di Francesco Domenico Capizzi*

Prevenire e curare

La parola progresso è sparita dal vocabolario, in disuso nella politica e nelle organizzazioni e aggregazioni sociali. È assorbita da sviluppo, come se l’un termine equivalesse all’altro, in una confusione fra progresso sociale, crescita industriale e tecnologica. Non che i due termini debbano contrapporsi, anzi ambedue possono appartenere al medesimo circolo virtuoso.

Constatazione che vale anche per la Medicina, attiva sull’evento patologico ma indifferente di fronte alle connessioni fra fattori patogeni e condizioni di vita subordinate all’espansione economico-produttiva al punto da ergersi centrale rispetto ad un diritto fondamentale: la tutela della salute, intesa come pieno benessere e non soltanto come assenza di malattia, ormai affidata a tecnologie che generano tecnologie, a macchine che producono macchine, fino all’occultamento dei legami fra malattia, modi di produrre e consumare, organizzazione sociale. Disconoscere questi legami equivale a scindere le connessioni fra triangolo-dimensione spaziale e metodo pitagorico riducendo la Medicina a puro atto tecnico e ad esonerarla dalla sua missione, come il veicolo e la cavalcatura esonerano dal camminare e ne superano essenzialmente la necessità.

Questa via, dalle radici ben piantate nel positivismo, riduce il medico a terminale di apparati dirigistico-tecnocratici e il diritto alla salute all’utilizzo di sempre più elevati livelli qualitativi e quantitativi di farmaci e servizi, complessità tecnologiche e gestionali che configurano un involontario suggerimento: la salute si raggiunge con modifiche da apportare al corpo, da riordinare e rendere immune con tecnologie e terapie complesse. La malattia diviene un evento fatale ed ineluttabile come la forza di gravità, l’Ospedale assimilabile a Cape Canaveral.

“La chirurgia è come un’azione armata che conquista con la forza ciò che una società civilizzata potrebbe ottenere mediante una strategia”: considerazione di John Hunter, grande chirurgo inglese di metà ‘700 tuttora noto in tutte le sale operatorie del mondo, che oggi si rende più che mai attuale per le molte battaglie perse. I dati ISTAT e dei Registri dei tumori solidi indicano una sostanziale stagnazione dei risultati con il 40-50% di sopravvivenza dei malati sottoposti a varie terapie, l’Istituto Superiore di Sanità stima in Italia in 10 milioni le persone a rischio di cirrosi epatica con una mortalità annua di 30.000 per abuso di alcoolici, di cui 4.000 sotto i 30 anni.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che le malattie siano evitabili nell’80% dei casi riconoscendo le cause in modalità errate di produzione, inquinamenti ambientali, stili di vita inadeguati e diseguaglianze, fattori che possono perfino far classificare le malattie con criteri nosologici, e non anatomo-patologici,a seconda delle maggiori probabilità di manifestarsi: fumatori-non fumatori, bevitori-non bevitori, ricchi-poveri, europei-africani, ecc. Ne deriva che qualità e durata di vita sono migliorabili mediante condizioni socio-economiche, produttive e stili di vita adeguati, sebbene siano indiscutibili i miglioramenti che la Medicina ha acquisito nel travagliato processo di contrasto verso molte affezioni. È opinabile, al contrario, ritenere che esistano nessi inscindibili fra Medicina ed attenuazione od estinzione delle grandi classi di malattie: la loro eradicazione va ricercata soprattutto nei risanamenti ambientali e nelle migliorate condizioni di vita e di lavoro, a scelte politiche e riforme piuttosto che ad azioni mediche, a volte improntate da eroismi ma spesso poco efficaci: la mortalità da colera, tifo, tubercolosi, morbillo, scarlattina, difterite è regredita prima che fossero identificati gli agenti patogeni e resi disponibili i farmaci capaci di contrastarli. La progressiva scomparsa della tubercolosi, ad esempio, è da attribuirsi nel 92% a miglioramenti delle condizioni di vita e solo nell’8% agli antibiotici. Nel complesso la maggiore attesa di vita delle popolazioni risulta condizionata, in modo decisivo, dal miglioramento di nutrizione e condizioni igienico-ambientali, prime fra tutte l’acqua potabile, la salubrità delle abitazioni, il corretto smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi, il divieto del lavoro minorile, la conquista della dignità nel lavoro.

“Bisogna ammettere che le leggi di salute pubblica hanno fatto più che non i progressi della Medicina scientifica” (G. Watt, The inverse care law today, The Lancet, 2002). Dopo questa affermazione il Direttore della famosa Rivista fu costretto a dimettersi dal suo ufficio.

Questo libro non intende riscrivere una Storia della Medicina e tantomeno delle Scienze esatte oppure trattare elementi di Sociologia o Politica, ma revisionare alcuni tratti della Dottrina medica, nelle sue espansioni scientifiche e tecno-tecnologiche, per ricollocarla criticamente nelle varie epoche in cui si è sviluppata, a partire dalla metà del IX secolo, nella convinzione che anche la Medicina sia soggetta a interpretazioni che esulano dalla vita dei popoli e dai loro bisogni essenziali dando origine ad alienazioni dalla realtà. È quanto accade nella trasmissione accademica e nell’applicazione dell’Apparato dottrinario medico precipuamente orientato a diagnosticare e a curare malattie che trovano origine nelle medesime variegate pieghe della Società in cui il Corpus medicus vive ed opera.

Le ragioni di tanta indeterminazione risiedono nella collocazione culturale asimmetrica dei ceti dirigenti, politici e professionali, sempre più orientati verso ruoli tecno-autocratici dal pragmatismo economico-finanziario poliedrico, immobile nel tempo e nello spazio, incapace di affrontare e modificare le molteplici contraddizioni in cui si dibatte la vita quotidiana nelle sue varie forme organizzative e nelle sue proiezioni future.

In forza del Corpus medicus, depositario di millenari codici etico-deontologici e di immani esperienze, la Medicina può assumere il compito di contribuire a colmare la divaricazione creatasi fra progresso e sviluppo, a partire dalla promozione dell’unitarietà delle culture scientifico-tecnologica ed uma­nistica per giungere a concepire ogni potere esercitato nelle molteplici Istituzioni come la sommatoria di bisogni, diritti e doveri che fondano il Bene comune e il consenso sociale di ogni Stato liberal-democratico.

*Francesco Domenico Capizzi, già professore di Chirurgia generale nell’Università di Bologna e direttore delle Chirurgie generali degli Ospedali “Bellaria” e “Maggiore” di Bologna

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono contrassegnati *