GB. SENZA LIMITI | La capitolazione mortale dell’HSE sugli standard di esposizione chimica

Riprendiamo questo importante articolo dalla Rivista inglese Hazards . Come si avverte dall’articolo l’uscita dell’Inghilterra dalla UE ha peggiorato le condizioni di lavoro nelle aziende poichè l’authority HSE che elabora ed emana i limiti delle esposizioni  a sostanze nocive negli ambienti di lavoro non ha più fatto nulla lasciando i lavoratori inglesi in una condizione peggiore rispetto ai lavoratori europei . Ringraziamo Rory O’Neyll per l’importante lavoro che svolge per la RivistaI Hazards. editor

 

 

 

Fonte Hazards.org

Sono lì per proteggerti da tutto, dai veleni mortali agli agenti cancerogeni a morte ritardata. Ma, avverte il redattore di Hazards Rory O’Neill , mentre i lavoratori europei hanno beneficiato di una serie di standard chimici più severi da quando la Brexit è entrata in vigore nel 2020, in Gran Bretagna non è stato introdotto un solo limite di esposizione sul posto di lavoro più protettivo.

Non è una lettura facile e il titolo – EH40/2005 – non farà battere forte il cuore. Ma si tratta di un importante documento dell’Health and Safety Executive (HSE), che elenca tutti i limiti di esposizione sul posto di lavoro alle sostanze tossiche che i datori di lavoro dovrebbero osservare.

C’è una direzione di viaggio su questi limiti. Nel corso degli anni, si accumulano sempre più prove sui rischi associati a particolari sostanze chimiche, man mano che sempre più lavoratori si aggiungono ai dati sulla morbilità e sulla mortalità. Per il non epidemiologo ciò significa ammalarsi o morire.

Inasprire gli standard non significa che stiamo dando un valore più alto alla vita umana. Significa che in precedenza avevamo sottovalutato l’entità del danno causato da queste sostanze chimiche.

Fino alla Brexit, i limiti di esposizione alle sostanze chimiche sul posto di lavoro del Regno Unito seguivano gli standard dell’Unione Europea. Gli standard nascono come raccomandazioni sanitarie formulate dal comitato di valutazione dei rischi dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA). Le raccomandazioni del comitato sono vulnerabili alle pressioni dell’industria e alle corteggiature dei governi. Ad esempio, gli standard sulla silice e sugli scarichi diesel non sono riusciti a raggiungere gli standard di protezione raccomandati dagli esperti, in parte a causa delle pressioni del governo britannico.

REACH OUT   Non è solo sui limiti di esposizione professionale che il Regno Unito è in ritardo. Dall’entrata in vigore della Brexit, l’UE ha introdotto otto nuove restrizioni sulle sostanze pericolose ai sensi del REACH; il Regno Unito non ne ha introdotto alcuno nell’ambito del suo sistema REACH sostitutivo del Regno Unito. Il Regno Unito è in ritardo anche sul fronte dei pesticidi pericolosi: 36 di essi, attualmente non ammessi nell’UE, sono consentiti nel Regno Unito. Di più .

Ma c’è stato un movimento costante verso limiti più protettivi e un flusso costante di standard migliori si è fatto strada attraverso il processo.

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Un senso precipite d’abisso di Marino Badiale

 

 

Pollution concept. Garbage pile in trash dump or landfill.

By Marino Badiale …che ringraziamo

Fonte: Badiale & Tringali – 30.03.2024

In questo intervento, Marino Badiale afferma che alla radice della crisi ambientale, messa in luce dalla recente letteratura ecomarxista, ci sia ciò che lui chiama “illimitatezza” e propone la seguente ipotesi: il rifiuto di ogni limite è stato assorbito e fatto proprio dall’umanità contemporanea. Questo aspetto è in contrasto con ogni forma di cultura umana precedente il capitalismo ed è legato alla natura del rapporto sociale capitalistico.


Il messaggero giunse trafelato/ disse che ormai correva/ solo per abitudine/ il rotolo
non aveva più sigilli/ anzi non c’era rotolo, messaggio,/ non più portare decrittare
leggere/ scomparse le parole/ l’unica notizia essendo/ visibile nell’aria/ scritta su
pietre pubbliche/ in acqua palese ad alghe e pesci./ Tutto apparve concorde con un
giro/ centripeto di vortice/ un senso precipite d’abisso.

B. Cattafi, La notizia

1. Introduzione: un mondo condannato

L’attuale civiltà planetaria si sta avviando all’autodistruzione, a un collasso generalizzato che porterà violenze e orrori. Una organizzazione economica e sociale che ha come essenza della propria logica di azione il superamento di ogni limite è ormai arrivata a scontrarsi con i limiti fisici ed ecologici del pianeta. Non potendo arrestarsi, essa devasterà l’intero assetto ecologico del pianeta prima di collassare. Il fatto che questo sia il percorso sul quale è avviata la società globalizzata contemporanea emerge con chiarezza da molte ricerche, interessanti in sé e anche perché svolte da studiosi di formazione scientifica (nel senso delle scienze “dure”) e lontani da impostazioni teoriche legate al marxismo o in generale all’anticapitalismo. Uno dei centri di ricerca di questo tipo è lo Stockholm Resilience Center dell’Università di Stoccolma. [1] Al suo interno viene sviluppata da anni la ricerca relativa ai “limiti planetari” che la società umana non deve superare per non rischiare la devastazione degli ecosistemi planetari e quindi, in ultima analisi, l’autodistruzione. Gli studiosi del Resilience Center hanno individuato nove di questi limiti (fra i quali, ad esempio, la perdita di biodiversità, il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani). Nelle prime versioni di tali studi [2] questi limiti non erano tutti quantificati in termini di un parametro oggettivo, mentre recentemente questo obbiettivo è stato raggiunto. [3] La buona notizia è allora che oggi è possibile misurare tali parametri e avere un’indicazione oggettiva sul superamento dei limiti planetari individuati dagli studiosi. La cattiva notizia è che sei su nove di questi limiti sono stati superati, vale a dire che la società umana contemporanea si sta muovendo in una zona altamente pericolosa.

Ulteriori interessanti considerazioni si possono trovare in un recente libro di Vaclav Smil. [4] L’autore mostra con molta chiarezza come le basi concrete, materiali, della nostra attuale civiltà consistano in una massiccia produzione di alcuni materiali fondamentali: acciaio, cemento, ammoniaca (per i fertilizzanti), plastica. Senza questa produzione massiccia, che richiede enormi quantità di energia, non è pensabile poter fornire cibo, riparo, indumenti agli otto miliardi di esseri umani attualmente viventi (e in procinto di diventare nove o dieci); non è possibile, possiamo aggiungere, se intendiamo mantenere l’attuale organizzazione economica e sociale. Ma questa produzione massiccia e crescente è esattamente l’origine materiale di quel superamento dei limiti planetari del quale si è sopra parlato, e quindi dell’attuale crisi generalizzata degli ecosistemi terrestri. Ulrike Herrmann [5] e Andrea Fantini, [6] d’altra parte, mostrano come non ci si possa aspettare una miracolosa soluzione tecnologica che ci permetta di continuare il “business as usual”, magari con qualche piccola correzione, come l’uso dell’auto elettrica al posto di quella tradizionale. Ad esempio, nota Herrmann, le fonti di energia rinnovabile (eolico, solare) hanno problemi di intermittenza, ben noti, che al momento non sappiamo come superare, e che rendono impossibile pensare che l’attuale struttura economica e sociale possa basarsi sul loro uso esclusivo. Un’altro problema significativo sta nel fatto che l’energia solare arriva sulla Terra con una intensità molto bassa. Per farne la base dell’attuale struttura industriale ed economica “avremmo bisogno di trasformare completamente i nostri attuali sistemi di cattura e stoccaggio dell’energia, creando una massiccia infrastruttura (di pannelli solari, turbine eoliche, impianti bioenergetici, turbine mareomotrici e, soprattutto, tecnologie per immagazzinare quell’energia, come le batterie) basata su risorse materiali che, a differenza della luce solare, non sono rinnovabili. Un’economia basata sul solare può contare solo sui materiali esistenti e dunque, a lungo termine, la sua crescita sarà limitata”. [7]

Questi sono solo alcuni esempi dei problemi che sorgono se si vuole pensare una crescita economica indefinita nel rispetto dei vincoli posti dalla necessità di preservare gli ecosistemi terrestri. Ma questo vuol dire semplicemente che l’ecosistema planetario, che è l’ambiente nel quale la civiltà umana può esistere, non è in grado di reggere la crescita economica tipica del capitalismo, crescita che non può ammettere limiti. Di conseguenza, l’ecosistema planetario è sul punto di crollare, e le misure necessarie non possono essere ulteriormente dilazionate. Per fare l’esempio del cambiamento climatico (che è solo uno degli aspetti dell’incipiente crollo ecosistemico), alcuni obiettivi di riduzione delle emissioni dovrebbero essere raggiunti già entro il 2030, e al momento gli impegni assunti dai vari paesi non sono sufficienti. Come ricorda il rapporto UNEP 2022 dedicato a questi problemi (che si intitola significativamente “The closing window”) “si calcola che le politiche attualmente in essere, senza azioni ulteriori, porteranno ad un riscaldamento globale di 2,8 gradi nel ventunesimo secolo”. [8]

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Invisibili

 

Fonte : DORS.IT  che ringraziamo 

a cura di: Osvaldo Pasqualini

Invisibili è una raccolta di 20 racconti nata dalla volontà di restituire un’anima ai fautori delle inchieste e alle vittime di infortuni sul lavoro. E lo fa cercando di comunicare concetti basilari quali la salute e la sicurezza negli ambienti di lavoro, facendo leva sulle emozioni che la narrazione di questi tragici eventi sono in grado di suscitare nel lettore. Il titolo della raccolta rimanda all’immagine degli operatori dei Servizi di Prevenzione e Sicurezza degli Ambienti di Lavoro (PreSAL) delle ASL e dei lavoratori coinvolti nei tragici eventi raccontati, figure, entrambe, purtroppo, ancora troppo spesso invisibili.

I racconti si riferiscono a fatti realmente accaduti e sono stati scritti dagli operatori dei Servizi PreSAL sulla base delle informazioni raccolte nelle inchieste infortunio. Ognuno di essi è divenuto un caso di studio e di riflessione per imparare dagli errori e per ragionare su che cosa si sarebbe dovuto fare per evitare che accadessero. La scheda sintetica “Non sarebbe successo se…” riporta infatti le azioni che si sarebbero dovute intraprendere per far sì che l’infortunio non accadesse. In alcuni racconti, la sezione “Come prevenire” è sostituita da “Raccomandazioni” in cui le indicazioni per la prevenzione sono state condivise negli incontri della Comunità di Pratica degli operatori dei Servizi PreSAL delle ASL del Piemonte.

 

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