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Danni da amianto: per condannare il datore basta la prevedibilità dell’evento Stampa E-mail
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giovedì 05 ottobre 2017
Danni da amianto: per condannare il datore basta la prevedibilità dell’evento

Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 02/08/2017 n° 19270



Non è frequente che il Massimo Giudice del Lavoro sia chiamato a pronunciarsi in materia di risarcimento dei danni patiti da un lavoratore dipendente per l’esposizione involontaria ad amianto, o a sostanze tossiche analoghe, durante lo svolgimento della prestazione lavorativa, poiché questa classe di domande fonda generalmente il ricorso al Giudice penale, innanzi al quale il datore di lavoro viene chiamato a rispondere dell’accusa di lesioni personali o di omicidio colposo e della conseguente domanda risarcitoria formulata dal lavoratore, o dai suoi eredi, in qualità di parte civile.

Nelle poche sentenze civili edite che si contano in argomento c’è però una costante, un pensiero condiviso, divenuto ormai regola, in punto di accertamento dell’esistenza del nesso eziologico tra la malattia, o il decesso, del lavoratore e l’ambiente di lavoro, che dismette la valutazione rigorosa e necessariamente sorretta da ragionevole certezza della causalità, tipicamente penale, per accoglierne una molto più attenuata, che ritiene sufficiente, data la particolarità della fattispecie, un qualificato grado di probabilità per ricollegare la malattia all’attività lavorativa svolta in condizioni di lavoro a rischio, verificato mediante ulteriori elementi idonei a trasformare la mera possibilità in certezza giudiziale (accertamento dell’esposizione all’amianto e della sua durata durante la carriera lavorativa, esperienza medico-scientifica e conclusioni in termini fortemente probabilistici della consulenza medico-legale d’ufficio) (cfr. Cass. civ. sez. lav. n. 4721/1998; Cass. civ. sez. lav. n. 8204/2003; Cass. civ. sez. lav. n. 644/2005; cass. civ. sez. lav. n. 23719/2009; cass. civ. sez. lav. n. 18246/2009) .

A questo pensiero si allinea anche la recentissima sentenza della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, n. 19270 del 2 agosto 2017 che, nel risolvere una complessa vicenda processuale avviata dagli eredi di un lavoratore morto per carcinoma polmonare contro le società presso le quali aveva lavorato, ribadisce la sufficienza dell’accertata esposizione lesiva alle polveri d’amianto del lavoratore durante lo svolgimento della prestazione lavorativa, e dunque l’utilizzo del fattore tossico nell’ambiente lavorativo, a fondare la presunzione di colpevolezza del datore di lavoro e dunque la domanda di risarcimento dei danni alla salute correlati ai sensi dell’art. 2087 c.c.

Nel condividere il pensiero del Giudice d’Appello circoscrizionale in ordine alla sussistenza del rapporto di causalità tra evento ed ambiente lavorativo, evidenziandone chiarezza e completezza nelle spiegazioni tecniche e nella ricostruzione dei fatti, e respingendo, di contro, le motivazioni di ricorso delle società ricorrenti, la Corte evidenzia come la sentenza impugnata si sia perfettamente conformata ai principi di diritto dominanti in materia, ed in particolare a quello espresso dalle Sezioni Unite della c.d. causalità adeguata, secondo cui “ Ove le leggi scientifiche non consentano una assoluta certezza della derivazione causale la regola del giudizio nel processo civile è quella della preponderanza dell’evidenza o del più probabile che non, criterio che non può essere ancorato esclusivamente alla determinazione quantitativa – statisitica della frequenza di classi di eventi (c.d. probabilità quantitativa), che può anche mancare o essere inconferente, ma va verificato riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e nel contempo di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili in relazione al caso concreto (c.d probabilità logica).” (Cass. S.U. n 576/2008).

Nel caso di specie, invero, per quanto fosse stata esclusa in sede di ctu la efficienza causale esclusiva dell’esposizione all’amianto rispetto all’insorgere della malattia, data la presenze di altre equivalenti cause da sole sufficienti a provocarla (fumo di sigaretta e pregressa malattia polmonare), l’aver aumentato il rischio di contrarre la patologia attraverso la stessa esposizione, e nel non averla impedita, rendono quest’ultima causa altamente probabile della malattia e, quindi, prova sufficiente della  sussistenza del nesso di causalità tra attività lavorativa e danno.

Da ciò ne deriva la responsabilità colposa dell’azienda per non aver adottato tutte le cautele necessarie a prevenire ed evitare il danno alla salute dei propri dipendenti, prima fra tutte quella di non utilizzare l’amianto nelle proprie lavorazioni, dacchè la sua pericolosità era nota sin da prima del D.P.R. n. 1124/1965 con la disciplina del D.P.R. n. 303/1956, cautele, conclude la Corte, che vanno individuate non con riferimento alla specifica patologia ma al generico verificarsi di un danno alla salute del lavoratore, “essendo questo l’evento
enire.”.

(fonte Altalex, 11 ottobre 2017. Nota di Maria Spataro)

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