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Il decreto Madia punisce anche i malati in “terapia salvavita” Stampa E-mail
Inserito da Editor   
martedì 13 giugno 2017

“Dovete morire prima”, l’aspirazione, neanche più troppo nascosta, delle classi dominanti nel loro moderno dominio sulle nostre vite. La privatizzazione dei sistemi sanitari opera con il bisturi delle Leggi verso una società brutalmente gerarchizzata. Quindi meglio ridurre il capitale umano in eccesso, pieno di uomini e donne ingombranti, non più funzionali al sistema produttivo, persone che oggi vivono più a lungo di quanto sia utile al sistema dominante e che avanza richieste ed esigenze per mantenersi in vita nel modo migliore possibile

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governo sanità

Per capire la vera logica di una “riforma” è sempre bene guardare ai casi limite, perché è lì che la propaganda smette di funzionare. Specie nel caso di una “riforma” molto complicata – ma non complessa – come quella della pubblica amministrazione.

Dopo anni o decenni di martellamento mediatico contro i “fannulloni” che lavorano per lo Stato o gli enti locali, di strette regolamentari in ogni posto di lavoro e di blocco del turnover, il risultato è chiaro: stipendi fermi, un sacco di precari sfruttati senza alcuna garanzia normativa (nello Stato si dovrebbe entrare per concorso), piante organiche ridotte all’osso o addirittura senza copertura dei posti previsti.

A questa situazione, il decreto Madia aggiunge qualche perla illuminante. Nello sforzo di bastonare ulteriormente i “fannulloni” che si mettono in malattia, il decreto prevede la fissazione di un tetto massimo dei giorni di malattia in un anno.

“Bene! Giusto! Brava!”, commentano gli opinionisti un tanto al chilo. “Impediamo ai furbetti di starsene a casa e prendere lo stesso lo stipendio”, aggiungono i legalitari senza se e senza ma.

Chi si è preso la normale briga di andare a leggere il testo, però, ha scoperto qualcosa di più raccapricciante e meno vendibile come “aumento dell’efficienza della macchina amministrativa”. Il tetto massimo di assenze per malattia si applica anche “in caso di gravi patologie che richiedono terapie salvavita quali chemioterapia ed emodialisi”.

Tradotto: se hai un tumore conclamato e devi sottoporti ai cicli di chemio (a giorni fissati dalla Asl o dall’ospedale, certificati), oppure hai i reni a pezzi e devi andare in dialisi pena la morte, al tuo datore di lavoro – lo Stato! – non gliene frega niente. Se superi il “tetto” delle assenze sei fuori, licenziato.

L’unica accortezza usata dagli estensori del testo (nessuno pensa che sia frutto del sacco della ministra) è l’aver evitato di indicare “autoritariamente” il numero massimo. La materia è stata infatti delegata all’Aran – l’agenzia governativa che si occupa della contrattazione per il pubblico impiego – e dunque considerata “materia sindacale”. Di fatto, funzionari e sindacalisti dovranno mettersi intorno a un tavolo e trovare un equilibrio tra l’intenzione ministeriale (azzerare o quasi i giorni di malattia) e la realtà differenziata di patologie gravissime che richiedono obbligatoriamente “terapie salvavita”.

Nel testo, infatti, è espressamente previsto che i giorni di malattia vadano fissati preventivamente, “anche se non coincidenti con i giorni di terapia e a condizione che si determinino effetti comportanti incapacità lavorativa”. Chiunque abbia avuto un amico o un familiare che esce dalla chemio sa – certamente meglio del ministro e del suo staff – in che condizioni si trovava; e dunque anche quanto potesse essere immaginabile un suo “pronto ritorno sul posto di lavoro”. Ma evidentemente dalle parti della Madia si pensa che si possa fare un giorno di chemio, magari anche uno di “recupero”, poi due giorni di lavoro, seguiti da un altro di chemio e così via…

Ai profani come noi, scioccamente, il numero dei giorni necessari per terapie salvavita sembra materia medica, che richiede l’intervento di laureati in materia, preferibilmente con lunga esperienza nel trattamento delle diverse patologie. Ma per l’ossessione burocratica bastano un funzionario e un sindacalista, senza altre qualità.

Gli orrori del decreto non si fermano qui, ma a questo punto sembrano quasi dettagli. Su tutto domina un’occhiuta ansia repressiva, aspirante al controllo totale del dipendente. Un ampio capitolo dell’atto di indirizzo, per esempio, è dedicato a permessi, assenze e malattia. Da settembre i controlli saranno affidati all’Inps, che dovrà quindi dotarsi di un esercito di medici fiscali.

Anche perché la Madia prevede una disciplina specifica sui permessi orari per visite mediche, terapie, prestazioni specialistiche ed esami diagnostici fruibili a giorni e addirittura a ore. In pratica, esci un attimo dal lavoro, ti precipiti nel laboratorio, fai i prelievi o le analisi e te ne ritorni – correndo è preferibile… – in ufficio.

Stesso discorso per i “permessi brevi a recupero” (ore che vanno insomma “restituite” lavorando fuori dell’orario regolare), permessi per motivi familiari e riposi connessi alla ‘banca delle ore’ che viene indicata come “base di partenza per ulteriori avanzamenti nella direzione di una maggiore conciliazione e tra tempi di vita e di lavoro“.

Fanno anche gli spiritosi, da quelle parti…

Redazione

FONTE BLOG LAVORO&SALUTE



Ultimo aggiornamento ( martedì 13 giugno 2017 )
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Rinasce l’archivio del Crd


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Una mattina di primavera del 1999 squillò molto presto il telefono di casa. Era Gastone Marri. Mi comunicava che l’archivio del Centro ricerche e documentazione rischi e danni da lavoro (Crd) stava per essere mandato al macero. Leader della Cgil nel periodo più ricco e intenso della partecipazione diretta dei lavoratori alle lotte di fabbrica contro la nocività delle condizioni di lavoro, Marri aveva ideato il Crd, l’aveva fortemente voluto e poi diretto, dalla sua costituzione nel 1974. Sapeva bene, quindi, l’immensa perdita di memoria storica che una tale evenienza avrebbe comportato. L’archivio giaceva abbandonato in quella che era stata la sua sede, a Roma, in viale Regina Margherita, in un appartamento al primo piano di un vecchio palazzo umbertino, in affitto al Centro unitario dei patronati, che però da lì a poco l’avrebbero lasciato. 


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