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LAVORO VIVO: UN LIBRO STRANO Stampa E-mail
Inserito da Editor   
domenica 10 giugno 2012

E’uscito nel 2012 per Alegre Editore il libro Lavoro vivo che ha una postfazione di Bruno Papignani e contiene dieci storie scritte da Giuseppe Bettin, Giuseppe Ciarallo, Maria Rosa Cutrufelli, Angelo Ferracuti, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Milena Magnani, Giampiero Rigosi, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi


Da tempo in questa fase di crisi, di preoccupazioni e ansie, siamo abituati ad entrare in libreria , scorrere il retrocopertina per leggere trame di misteriosi omicidi e misurare l’avvincente attrazione della trama che ci farà sfuggire per qualche ora dalla cruda realtà.

Sono i gialli e i noir, in particolare se di autori nordici, i nuovi sedativi, le armi postmoderne per la distrazione di massa da una realtà sociale sempre più pesante che invita a non immaginare il futuro.

Talvolta usciamo dalla libreria soppesando il volumetto appena comprato con la segreta speranza che scenari, trama e personaggi non assomiglino troppo quelli tratteggiati nel volumetto che abbiamo finito di leggere la settimana prima ….

Questo non succederà per i lettori che usciranno dalla libreria con Lavoro vivo .

Lavoro vivo , è un libro vero che nasce per la volontà di un gruppo di scrittori che ha offerto alla FIOM, il sindacato dei metalmeccanici, di raccontare 10 storie diverse di uomini e donne che vivono del/nel proprio lavoro.

Dieci storie diverse . “ Fuoco a Manhattan” di Maria Rosa Cutruffelli che, in una sequenza cinematografica, ci porta all’interno del laboratorio d’abbigliamento con tante ragazze al lavoro il 25 marzo 1911, un secolo fa , a New York , vengono avvolte dal fuoco senza vie di scampo. Una grande tragedia che disvelò a quell’epoca le condizioni inesistenti di sicurezza sul lavoro in particolare nei laboratori ove lavoravano le emigranti in particolare italiane. “ … cadevano dalle finestre, a grappoli, da sole o abbracciate l’una con l’altra , e le gonne in fiamme segnavano l’aria “

Le povere ragazze non ebbero neppure giustizia dal tribunale che mandò assolti i proprietari dall’accusa di non avere adottato misure adeguate di prevenzione incendio e per avere sbarrato le porte che dovevano servire come uscite di sicurezza.

L’unica giustizia umana, il risarcimento avviene alla memoria con la istituzione della festa dell’ 8 marzo.

In altre forme e modi la storia si ripete in queste ore ove a morire per il terremoto sono in prevalenza operai schiacciati dal cemento di capannoni che sono crollati come castelli di carte.

Manovia di Angelo Ferracuti è un altro bel racconto ove il protagonista che ama sfogarsi con la scrittura in modo quasi ossessivo è operaio alla manovia in un calzaturifico.

Questo giovane operaio produce scarpe di lusso che non potrà mai permettersi, al massimo ne potrà comprare ad un prezzo per lui esorbitante un paio con difetti, vendute allo spaccio aziendale.

Ai movimenti ripetitivi della manovia il protagonista risponde con la sua forte capacità evocativa della scrittura… La scrittura come catarsi, come sublimazione della rabbia rispetto al proprio essere sociale di lavoratore senza prospettive. L’operaio della manovia costruisce una pagina esemplare nella parte finale del racconto ove emerge potente il richiamo fatto al padrone sulla vulnerabilità umana e sulla morte come implacabile livella di tutte le differenze sociali: “ … E quei vermi, credi ad un fesso , se ne fregheranno altamente del tuo conto in banca. Nessun istituto di credito e nessun massone, prete illuminato, di quelli che ti piacciono tanto, potrà correre in soccorso. Puzzerai morto come i tuoi operai, come , come noi. E siccome sulla tua carcassa non cresceranno più violette, se ci pensi un attimo, se fai una volta per davvero mente locale , un po’ d’umiltà non ti dovrebbe essere gravosa. “

In “devo dirti una cosa” Carlo Lucarelli affresca una storia sconvolgente dell’operaio che per anni tace di una terribile colpa: la complicità con il padrone nella manipolazione della scena di un infortunio mortale nel cantiere in cui lavorava. Un segreto che conserva anche con la moglie che era stata la fidanzata dell’operaio morto. Il povero operaio morto per una caduta dal ponteggio venne scaricato per strada, messo sopra una vespa per simulare l’incidente stradale…

Tutto sembrava dimenticato quando arriva a casa loro un giovane avvocato del sindacato che sta indagando su quell’incidente ….

E’ questo evento, la riapertura delle indagini, che fa rivivere in un doloroso feedback all’operaio la sua complicità con il figlio del padrone e lo obbliga alla prova più dura : dire la verità alla donna che è diventata sua moglie : “ …devo dirti una cosa …”

Questo volume è uscito pochi giorni prima della morte dello scrittore bolognese Stefano Tassinari. Stefano aveva voluto quest’opera , era stato lui che aveva proposto alla Fiom il progetto Lavoro vivo ed era stato l’animatore del coordinamento tra gli scrittori che avevano aderito a questa straordinaria iniziativa.

“ Il ricordo di un’assenza “ di Stefano Tassinari è la narrazione dell’esperienza di un padre che rivive nella memoria e nelle immagini il rapporto difficile vissuto con il figlio che sta intubato e incosciente nel reparto di rianimazione dopo un incidente molto grave sul lavoro. Un figlio che non si risveglierà più. L’epilogo è la descrizione del vuoto, dell’assenza che segue come un’ombra ogni ora ogni giorno, cinque anni dopo . L’immagine è struggente : “…. Anche Monica ( la moglie, ndr) si è spenta . Ma in un modo diverso, con la mente che va e il corpo che resta , a vegliare i frammenti di un viso destinato a rimanere giovani per sempre. Per qualche mese ho provato a farla ragionare, usando il principio di realtà affinchè prendesse atto di essere rimasta sola assieme a me ; poi, dopo un periodo sufficientemente lungo per rendermi conto c he non sarebbe più tornata indietro , ho deciso io di prendere atto di qualche cosa. Così ogni volta che l’ho vista apparecchiare la tavola per tre e l’ho sentita chiedermi se Ricky ce l’avrebbe fatta a venire a cena , io l’ho assecondata, magari rispondendole di avere pazienza e di non farsi troppe illusioni , perché spesso Ricky faceva tardi con il nuovo lavoro, e quindi …”

Le statistiche degli incidenti sul lavoro non riportano le devastazioni delle vite dei famigliari, dei padri , delle madri , delle mogli e dei figli dei “caduti” sul lavoro, sono rappresentazioni attuariali , diagrammi e istogrammi che non misurano il dolore e il vuoto vissuti da migliaia di persone.

Ne l volume vi sono altri racconti molto avvincenti che consentono una riflessione seria sui processi di manipolazione delle coscienze che hanno portato, in questi anni, una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente a vedere il lavoro come qualcosa di separato dai corpi materiali dei lavoratori , uomini e donne , dalle loro soggettività come se un lavoratore o una lavoratrice non avessero desideri o speranze e un proprio punto di vista sulle vicende del mondo e del proprio lavoro, un progetto di vita pulito.

E’ questa crudele insensibilità, questa incapacità d’immaginare la condizione di chi vive del lavoro fatto con le proprie mani che porta anche alcuni ministri, leggi Fornero, a perorare, per esempio, i licenziamenti facili come fossero una panacea e a rendere ancora più profondo il solco che separa questa classe dirigente dalla vita reale degli operai fatta di fatica e di paure di perdere il lavoro e di “scivolare” nella emarginazione sociale.

Un libro “strano” che per davvero va letto per la freschezza delle storie narrate .

Il filo rosso della speranza di un futuro migliore, quel filo che ha permesso a generazioni intere di uomini donne di fare fronte con successo alla fatica e alle difficoltà diviene sempre più esiguo e in molte realtà è strappato.

Infine il racconto NO CAP di Milena Magnani si distingue l’avvincente narrazione dell’esperienza da parte dei braccianti africani schiavizzati da un caporale. Il ritratto di Thomas, giovane operaio del centro africa è per davvero una costruzione narrativa forte e avvincente.

Un plauso agli AA che hanno scelto di riportare alla luce nelle loro narrazioni la relazione profonda tra il lavoro e la persona del lavoratore: da anni è in atto un’operazione culturale tesa a separare il lavoro dalle persone che lavorano, a isolare il lavoro come pura cessione di tempo, azioni e performaces misurate a parte e trasformate in pure merci. Questa ideologia che viene dalle recenti politiche ad ispirazione neoliberista della stessa unione europea pretende di rapportarsi con l’essere cittadino e consumatore ma ignora volutamente la figura del lavoratore intesa come essere sociale che realizza nel lavoro identità e autostima e definisce i propri diritti tramite l’esperienza del lavoro. Lavoro vivo presenta l’altra faccia della luna.

Gino Rubini


fonte inchiestaonline.it



 


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  • Gioia Tauro, edile muore cadendo da un ponteggio

    Un operaio di 51 ani, Francesco Barca, ha perso la vita cadendo da un capannone nella zona industriale di Gioia Tauro (Reggio Calabria). Era padre di cinque figli. Il lavoratore era saluto sul tetto per verificare alcune lamiere in plastica, quando una di queste ha ceduto facendolo precipitare per circa dieci metri.

    Grande cordoglio arriva alla Fillea Cgil di Gioia Tauro, a cui il lavoratore edile era iscritto. L'organizzazione "si sente vicina al dramma che ha colpito la sua famiglia e tutti i lavoratori edili del territorio - si legge in una nota -. Perché la morte di un  lavoratore edile segna la vita di ogni operaio. La morte nei cantieri edili non è mai una tragica fatalità, ma è mancato rispetto delle regole e sfruttamento di chi ha bisogno di sopravvivere".

    Il sindacato ricorda Barca, "operaio edile di Rizziconi , padre di cinque figli , figlio di un territorio devastato dalla disoccupazione. Francesco - spiega - aveva perso il lavoro regolare diversi anni fa e da allora era rimasto nel limbo del lavoro nero. Un lavoro che bisogna fare per sostenere la famiglia". Queste, prosegue la categoria, "sono le storture prodotte dalla legge Fornero e dal Jobs act, perché chi perde il lavoro ad una certa età deve arrangiarsi con lavori occasionali e precari e soprattutto poco sicuri".

     La vita umana e la dignità della persona "sono valori che non hanno prezzo e che vengono prima di qualsiasi altra logica, per questo perdere la vita nel lavoro è una tragedia umana ed una grande ingiustizia sociale. Per noi sindacato, l'impedire le morti sul lavoro ed il battersi per la salvaguardia della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro è il primo dei nostri compiti e per questo, drammi come questi rappresentano prima di tutto una nostra sconfitta".

    L'incidente mortale chiama in causa il sindacato e le sue responsabilità, dunque, "ma anche tutti i soggetti che svolgono un ruolo sul tema della salute e della sicurezza sul lavoro, che non possono dirsi soddisfatti perché la perdita anche di una sola vita è uno scandalo che ci deve indignare. Occorre che le istituzioni preposte e tutti i soggetti che hanno delle responsabilità su questo tema lavorino in sinergia per far rispettare le norme in materia, non sempre applicate nei luoghi di lavoro, e soprattutto per costruire una cultura nuova che veda nella sicurezza un investimento economico oltre che una scelta eticamente giusta, necessaria per il bene delle persone e di tutta la società", conclude il sindacato.

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