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E’uscito nel 2012 per Alegre Editore il libro Lavoro vivo che
ha una postfazione di Bruno Papignani e contiene dieci storie scritte
da Giuseppe Bettin, Giuseppe Ciarallo, Maria Rosa Cutrufelli, Angelo
Ferracuti, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Milena Magnani, Giampiero
Rigosi, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi

Da tempo in questa fase di crisi, di preoccupazioni e ansie, siamo
abituati ad entrare in libreria , scorrere il retrocopertina per leggere
trame di misteriosi omicidi e misurare l’avvincente attrazione della
trama che ci farà sfuggire per qualche ora dalla cruda realtà.
Sono i gialli e i noir, in particolare se di autori nordici, i nuovi
sedativi, le armi postmoderne per la distrazione di massa da una realtà
sociale sempre più pesante che invita a non immaginare il futuro.
Talvolta usciamo dalla libreria soppesando il volumetto appena
comprato con la segreta speranza che scenari, trama e personaggi non
assomiglino troppo quelli tratteggiati nel volumetto che abbiamo
finito di leggere la settimana prima ….
Questo non succederà per i lettori che usciranno dalla libreria con Lavoro vivo .
Lavoro vivo , è un libro vero che nasce per la volontà di
un gruppo di scrittori che ha offerto alla FIOM, il sindacato dei
metalmeccanici, di raccontare 10 storie diverse di uomini e donne che
vivono del/nel proprio lavoro.
Dieci storie diverse . “ Fuoco a Manhattan” di Maria Rosa
Cutruffelli che, in una sequenza cinematografica, ci porta
all’interno del laboratorio d’abbigliamento con tante ragazze al lavoro
il 25 marzo 1911, un secolo fa , a New York , vengono avvolte dal fuoco
senza vie di scampo. Una grande tragedia che disvelò a quell’epoca
le condizioni inesistenti di sicurezza sul lavoro in particolare nei
laboratori ove lavoravano le emigranti in particolare italiane. “ …
cadevano dalle finestre, a grappoli, da sole o abbracciate l’una con
l’altra , e le gonne in fiamme segnavano l’aria “
Le povere ragazze non ebbero neppure giustizia dal tribunale che
mandò assolti i proprietari dall’accusa di non avere adottato misure
adeguate di prevenzione incendio e per avere sbarrato le porte che
dovevano servire come uscite di sicurezza.
L’unica giustizia umana, il risarcimento avviene alla memoria con la istituzione della festa dell’ 8 marzo.
In altre forme e modi la storia si ripete in queste ore ove a morire
per il terremoto sono in prevalenza operai schiacciati dal cemento di
capannoni che sono crollati come castelli di carte.
Manovia di Angelo Ferracuti è un altro bel racconto ove il
protagonista che ama sfogarsi con la scrittura in modo quasi ossessivo è
operaio alla manovia in un calzaturifico.
Questo giovane operaio produce scarpe di lusso che non potrà mai
permettersi, al massimo ne potrà comprare ad un prezzo per lui
esorbitante un paio con difetti, vendute allo spaccio aziendale.
Ai movimenti ripetitivi della manovia il protagonista risponde con
la sua forte capacità evocativa della scrittura… La scrittura come
catarsi, come sublimazione della rabbia rispetto al proprio essere
sociale di lavoratore senza prospettive. L’operaio della manovia
costruisce una pagina esemplare nella parte finale del racconto ove
emerge potente il richiamo fatto al padrone sulla vulnerabilità umana
e sulla morte come implacabile livella di tutte le differenze
sociali: “ … E quei vermi, credi ad un fesso , se ne fregheranno
altamente del tuo conto in banca. Nessun istituto di credito e nessun
massone, prete illuminato, di quelli che ti piacciono tanto, potrà
correre in soccorso. Puzzerai morto come i tuoi operai, come , come noi.
E siccome sulla tua carcassa non cresceranno più violette, se ci pensi
un attimo, se fai una volta per davvero mente locale , un po’ d’umiltà
non ti dovrebbe essere gravosa. “
In “devo dirti una cosa” Carlo Lucarelli affresca una storia
sconvolgente dell’operaio che per anni tace di una terribile colpa: la
complicità con il padrone nella manipolazione della scena di un
infortunio mortale nel cantiere in cui lavorava. Un segreto che conserva
anche con la moglie che era stata la fidanzata dell’operaio morto. Il
povero operaio morto per una caduta dal ponteggio venne scaricato per
strada, messo sopra una vespa per simulare l’incidente stradale…
Tutto sembrava dimenticato quando arriva a casa loro un giovane avvocato del sindacato che sta indagando su quell’incidente ….
E’ questo evento, la riapertura delle indagini, che fa rivivere in
un doloroso feedback all’operaio la sua complicità con il figlio del
padrone e lo obbliga alla prova più dura : dire la verità alla donna
che è diventata sua moglie : “ …devo dirti una cosa …”
Questo volume è uscito pochi giorni prima della morte dello scrittore
bolognese Stefano Tassinari. Stefano aveva voluto quest’opera , era
stato lui che aveva proposto alla Fiom il progetto Lavoro vivo ed era
stato l’animatore del coordinamento tra gli scrittori che avevano
aderito a questa straordinaria iniziativa.
“ Il ricordo di un’assenza “ di Stefano Tassinari è la narrazione
dell’esperienza di un padre che rivive nella memoria e nelle immagini
il rapporto difficile vissuto con il figlio che sta intubato e
incosciente nel reparto di rianimazione dopo un incidente molto grave
sul lavoro. Un figlio che non si risveglierà più. L’epilogo è la
descrizione del vuoto, dell’assenza che segue come un’ombra ogni ora
ogni giorno, cinque anni dopo . L’immagine è struggente : “…. Anche
Monica ( la moglie, ndr) si è spenta . Ma in un modo diverso, con la
mente che va e il corpo che resta , a vegliare i frammenti di un viso
destinato a rimanere giovani per sempre. Per qualche mese ho provato a
farla ragionare, usando il principio di realtà affinchè prendesse atto
di essere rimasta sola assieme a me ; poi, dopo un periodo
sufficientemente lungo per rendermi conto c he non sarebbe più tornata
indietro , ho deciso io di prendere atto di qualche cosa. Così ogni
volta che l’ho vista apparecchiare la tavola per tre e l’ho sentita
chiedermi se Ricky ce l’avrebbe fatta a venire a cena , io l’ho
assecondata, magari rispondendole di avere pazienza e di non farsi
troppe illusioni , perché spesso Ricky faceva tardi con il nuovo
lavoro, e quindi …”
Le statistiche degli incidenti sul lavoro non riportano le
devastazioni delle vite dei famigliari, dei padri , delle madri ,
delle mogli e dei figli dei “caduti” sul lavoro, sono rappresentazioni
attuariali , diagrammi e istogrammi che non misurano il dolore e il
vuoto vissuti da migliaia di persone.
Ne l volume vi sono altri racconti molto avvincenti che consentono
una riflessione seria sui processi di manipolazione delle coscienze che
hanno portato, in questi anni, una parte dell’opinione pubblica e della
classe dirigente a vedere il lavoro come qualcosa di separato dai corpi
materiali dei lavoratori , uomini e donne , dalle loro soggettività
come se un lavoratore o una lavoratrice non avessero desideri o
speranze e un proprio punto di vista sulle vicende del mondo e del
proprio lavoro, un progetto di vita pulito.
E’ questa crudele insensibilità, questa incapacità d’immaginare la
condizione di chi vive del lavoro fatto con le proprie mani che porta
anche alcuni ministri, leggi Fornero, a perorare, per esempio, i
licenziamenti facili come fossero una panacea e a rendere ancora più
profondo il solco che separa questa classe dirigente dalla vita reale
degli operai fatta di fatica e di paure di perdere il lavoro e di
“scivolare” nella emarginazione sociale.
Un libro “strano” che per davvero va letto per la freschezza delle storie narrate .
Il filo rosso della speranza di un futuro migliore, quel filo che ha
permesso a generazioni intere di uomini donne di fare fronte con
successo alla fatica e alle difficoltà diviene sempre più esiguo e in
molte realtà è strappato.
Infine il racconto NO CAP di Milena Magnani si distingue
l’avvincente narrazione dell’esperienza da parte dei braccianti africani
schiavizzati da un caporale. Il ritratto di Thomas, giovane operaio
del centro africa è per davvero una costruzione narrativa forte e
avvincente.
Un plauso agli AA che hanno scelto di riportare alla luce nelle loro
narrazioni la relazione profonda tra il lavoro e la persona del
lavoratore: da anni è in atto un’operazione culturale tesa a separare
il lavoro dalle persone che lavorano, a isolare il lavoro come pura
cessione di tempo, azioni e performaces misurate a parte e
trasformate in pure merci. Questa ideologia che viene dalle recenti
politiche ad ispirazione neoliberista della stessa unione europea
pretende di rapportarsi con l’essere cittadino e consumatore ma ignora
volutamente la figura del lavoratore intesa come essere sociale che
realizza nel lavoro identità e autostima e definisce i propri diritti
tramite l’esperienza del lavoro. Lavoro vivo presenta l’altra faccia
della luna. Gino Rubini
fonte inchiestaonline.it
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