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IL DIRITTO DEL LAVORO NON DEVE ESSERE CANCELLATO IN NOME DEL DIRITTO AL LAVORO Stampa E-mail
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venerdì 04 maggio 2012



IL DIRITTO DEL LAVORO NON DEVE ESSERE CANCELLATO IN NOME DEL DIRITTO AL LAVORO

Abbiamo scelto una pausa di riflessione: la festa del primo maggio quest'anno è stata celebrata in un clima quaresimale. Le analisi sui dati negativi della crisi, la pressione incombente delle tasse da pagare e l'imminente ondata di tagli sui servizi pubblici hanno spento per molti il piacere del ritrovarsi e del  far festa.
Una pausa di riflessione è necessaria per sottrarsi all'ideologia dominante  neoliberista e  alla manipolazione dei linguaggi che viene fatta in suo nome

A moltitudini di giovani e ragazze  che sono alla ricerca disperata di un lavoro viene imposta l'idea che per dare vita materiale al diritto al lavoro si debbano accettare gravi mutilazioni del diritto del lavoro.

Questa idea che propone come contributo sacrificale, da parte dei lavoratori, per la soluzione della crisi ,  la rinuncia a diritti fondamentali propri del cittadino di un paese democratico quando si varcano i cancelli di un luogo di lavoro,  sta passando come un dato "oggettivo" , ineludibile.

La richiesta ai lavoratori di una totale disponibilità alle esigenze dell'impresa con le rinunce ad un governo del proprio tempo, totale disponibilità alle richieste di prestazioni lavorative al limite del sopportabile ( vedi recente sciopero spontaneo a Mirafiori per i ritmi insostenibili...), omertà e "complicità" sulle condizioni di sicurezza trascurate in appalti e subappalti ( vedi la vicenda del RLS licenziato a Rimini ).

Questa è , verosimilmente , la  "flessibilità" e capacità di adattamento  dei lavoratori che la signora Ministro Fornero vorrebbe si trasformasse in un "valore". Per noi il significato della parola valore va attribuito, in campo professionale,  alla competenza, alla diligenza, alla  precisione, alla capacità  e disponibilità a risolvere i problemi ,  negoziando le condizioni di lavoro.
La "flessibilità" non è un valore ma una costrittività data dalla carenza oggettiva di lavoro e nel peggiore dei casi dall'abuso di norme che  hanno moltiplicato le condizioni di precarietà.

 L'adattamento a lavorare senza diritti, senza regole con la piena disponibilità alle esigenze dell'impresa non è un "valore" ma una condizione di subalternità umiliante la dignità delle persone. Le persone frustrate e umiliate non sono in grado di produrre qualità ...

Non è con questo modello di relazioni sindacali che si costruiscono imprese competitive.Solo il ritorno di una vera contrattazione a livello aziendale sulle condizioni di lavoro  può rimettere in moto un percorso serio di miglioramento di quelle organizzazioni aziendali che si sono "ammalate" anche in ragione dell'assenza di stimoli da parte dei lavoratori.

E' prevalsa in questi anni una ideologia tesa ad esaltare l'obbedienza silente  e ad esorcizzare il conflitto: la “scomparsa” del conflitto in forma visibile non ha aiutato le imprese a selezionare gli stimoli provenienti dai lavoratori e a migliorare la propria qualità organizzativa.
La figura del lavoratore silente e  obbediente perchè impaurito di perdere il lavoro e/o di non vedersi rinnovato il contratto può apparire più comoda da gestire per un  management pigro e ignorante, ma non è con questo tipo di relazione basata sulla paura che le persone danno il meglio di sè nel lavoro e nella qualità della produzione. Il rancore sociale che questi "stili" di conduzione manageriale producono diviene  un danno collaterale che potrebbe nel tempo divenire pericoloso e insostenibile, tanto più in una fase di grave crisi come quella che stiamo vivendo.
Per questi motivi, se si vuole davvero uscire dalla crisi verso una via alta dello sviluppo occorre combattere le pigrizie di una cultura manageriale e d'impresa che è cresciuta in questi anni nelle pieghe offerte da una legislazione del mercato del lavoro basata sull'amputazione dei diritti dei lavoratori. Occorre andare in direzione contraria rispetto al pensiero atrofizzato che ispira la riforma del mercato del lavoro basata sull'amputazione dei diritti di base dei lavoratori.


4 maggio 2012

Gino Rubini, editor di www.diario-prevenzione.it


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Rinasce l’archivio del Crd


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Una mattina di primavera del 1999 squillò molto presto il telefono di casa. Era Gastone Marri. Mi comunicava che l’archivio del Centro ricerche e documentazione rischi e danni da lavoro (Crd) stava per essere mandato al macero. Leader della Cgil nel periodo più ricco e intenso della partecipazione diretta dei lavoratori alle lotte di fabbrica contro la nocività delle condizioni di lavoro, Marri aveva ideato il Crd, l’aveva fortemente voluto e poi diretto, dalla sua costituzione nel 1974. Sapeva bene, quindi, l’immensa perdita di memoria storica che una tale evenienza avrebbe comportato. L’archivio giaceva abbandonato in quella che era stata la sua sede, a Roma, in viale Regina Margherita, in un appartamento al primo piano di un vecchio palazzo umbertino, in affitto al Centro unitario dei patronati, che però da lì a poco l’avrebbero lasciato. 


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