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Come evitare altre Eternit
Le morti per amianto sono state "inutili", nel
senso che si sarebbero potute scongiurare. Il processo di Torino sta lì a
dimostrarlo. Prima lezione da imparare: la prevenzione deve essere il
criterio guida DI DIEGO ALHAIQUE di Diego Alhaique
Vogliamo altre Eternit negli anni futuri? Dopo
l’esito giudiziario di una lunga lotta che ha visto pene severe
comminate ai responsabili di migliaia di morti per un’esposizione nociva
che poteva essere evitata; dopo una sentenza che, come osservato da
tutti, farà storia e sarà un grande contributo alla lotta per bandire
l’amianto a livello mondiale, occorre porsi una domanda cruciale: quali
lezioni si devono apprendere da questa vicenda per non ritrovarsi fra
venti o trent’anni a celebrare processi per dare giustizia ad altre
vittime, dell’amianto o di altri fattori nocivi? Una prima risposta
viene da un semplice dato di realtà: la lotta contro l’amianto è stata
lunga e difficile, ha prodotto risultati importantissimi – la chiusura
della fabbrica di Casale Monferrato, la legge con cui nel 1992 è stato
bandito l’amianto e ora la condanna dei colpevoli –, ma non si può dire
che sia stata una storia in cui la prevenzione abbia avuto successo.
Anzi, la vicenda dell’amianto è proprio l’esempio di come la prevenzione
sia stata sconfitta: le migliaia di vittime e quelle che purtroppo
ancora verranno, stanno lì a dimostrarlo. Sono state morti “inutili” (unnecessaries),
come dicono gli epidemiologi, perché si sarebbero potute evitare, e il
processo Eternit l’ha dimostrato (si sapeva già da tempo che l’amianto
avrebbe ucciso…).
Allora, la prima risposta, la prima lezione da imparare
è che la prevenzione deve essere il criterio guida per eliminare questi
rischi, tutti i rischi. Di quale prevenzione abbiamo ancora bisogno per
evitare altre Eternit negli anni a venire? Per non ritrovarsi altre
vittime cui dare giustizia e a constatare che “eppure si sapeva”? La
prima indicazione riguarda i materiali contenenti amianto, di svariato
genere, ancora presenti in innumerevoli siti, da cui l’esigenza di
controllare e se necessario bonificare decine di aree industriali, ora
dismesse, dove si producevano manufatti contenenti l’asbesto, migliaia
di edifici pubblici, comprese circa 2.400 scuole, oltre 50 milioni di
metri quadrati di coperture in cemento amianto e 100.000 chilometri di
condotte.
La legge 257 del 1992, che ha bandito il minerale killer, e le
successive disposizioni applicative, affidano alle Regioni il compito di
censire queste situazioni, di sottoporle a controllo e di verificare le
attività di bonifica a carico dei proprietari. Solo alcune adempiono a
questi compiti, sicché non esistono dati esaurienti, così come manca una
responsabilità nazionale identificabile che svolga funzioni di
indirizzo, di coordinamento e di verifica. Eppure, la legge citata
prevede una commissione nazionale che, dopo aver lavorato alcuni anni, è
però stata soppressa, e la convocazione periodica da parte del governo
di una conferenza nazionale. C’è qualcuno che in questi giorni stia
rivendicando l’adempimento a tali disposizioni?
La seconda indicazione riguarda un altro minerale, noto
per aver fatto strage di minatori ed edili fino a venti anni fa: la
silice. La battaglia per eliminare la silicosi è stata vinta, anche
questa dopo centinaia di migliaia di vittime, ma adesso lo stesso
minerale impone una nuova battaglia, quella contro il suo potere
cancerogeno, acclarato ufficialmente dalla Iarc (l’Agenzia
internazionale di ricerca sul cancro) fin dal 1997. A livello europeo,
nel 2006, le organizzazioni sindacali e imprenditoriali del settore
chimico hanno raggiunto un accordo con l’obiettivo di prevenire i rischi
cancerogeni da silice, garantendo un livello elevato di protezione con
la partecipazione e il coinvolgimento del sindacato e in particolare dei
rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Se da una parte questa
intesa ha dato la giustificazione, secondo le regole del “dialogo
sociale”, perché la Commissione Ue non legiferasse in materia, ma
neanche adeguasse la classificazione e l’etichettatura dei prodotti di
silice inalabile alla cancerogenità dichiarata dalla Iarc, in Italia non
si è mossa foglia. Nemmeno le parti sociali del settore interessato
dall’accordo europeo si sono date da fare per una sua trasposizione
nazionale, come d’uso e opportuno. Da registrare solo un’importante
iniziativa di alcune Regioni, che hanno istituito il Nis, Network
italiano silice. Questo ha prodotto un notevole documento di linee guida
per la prevenzione, che però non è stato adottato ufficialmente a
livello nazionale e non è all’ordine del giorno della Commissione
consultiva permanente, che invece se ne dovrebbe occupare. Le
prospettive di protezione dei lavoratori dal potere cancerogeno della
silice sono quindi il silenzio e il buio più completo.
Una terza problematica di prevenzione che la vicenda
Eternit dovrebbe insegnare ad affrontare riguarda le nuove tecnologie
produttive che utilizzano i cosiddetti “nanomateriali”, dalle dimensioni
piccolissime (un milionesimo di millimetro), in grado di penetrare
nell’organismo in modo massivo, non solo per inalazione, ma anche
attraverso la pelle. Si sa sperimentalmente degli effetti altamente
nocivi delle nanoparticelle, utilizzate ormai sempre di più in
numerosissimi settori industriali, da quello automobilistico
all’energia, dal tessile alla chimica e all’elettronica, dalla
metallurgia alla gomma ecc. Si stima che tra pochi anni in Italia i
lavoratori esposti saranno circa 900.000. Per iniziativa dell’Ispesl
(ora ex perché assorbito in Inail) è stato recentemente presentato un
libro bianco che fa il punto sulla situazione delle nanotecnologie nel
nostro paese e propone un’agenda per approfondire le conoscenze e
avviare iniziative di prevenzione. Nessuna reazione a livello politico e
sindacale è stata finora registrata.
Un’ultima lezione, ma non per importanza, dovrebbe
insegnare la storia della lunga lotta di Casale Monferrato contro
l’amianto. I risultati ottenuti non cadono dal cielo. Sono frutto di un
lavoro iniziato tre decenni fa da un piccolo gruppo di persone, per lo
più interne alla Cgil, che strada facendo ha raccolto attorno a sé i
lavoratori dell’Eternit e tutta la cittadinanza, diventando il
riferimento del movimento di lotta per il bando dell’amianto a livello
nazionale. Questo piccolo gruppo ha dovuto affrontare e sormontare
scogli che altri, in altre situazioni, non sono riusciti a superare,
come il ricatto occupazionale fino alla chiusura della fabbrica, pur di
difendere la salute (eppure i lavoratori dell’Eternit erano con loro
anche quando furono licenziati), sostenendo duri conflitti con la loro
stessa organizzazione sindacale, per convincerla che quella era la
strada da percorrere. Questo insegna che vertenze così complesse
richiedono l’impegno preciso di uomini e di mezzi, che siano messi in
condizione di poter essere concretamente responsabili di guidare una
lotta di lungo periodo, come quasi sempre sono quelle che riguardano la
salute dei lavoratori. Esattamente ciò che non sta avvenendo ora per le
problematiche che abbiamo sopra descritto. È per questo che a oggi si
può dire alta la probabilità di altre Eternit negli anni futuri.
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